Mi chiamo bambino

Mi chiamo bambino
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La Carta della Vita, il passaporto, ti permette di essere riconosciuto in tutto il mondo, ti apre le porte del Campo, ti consente di uscire dal reticolato, ti regala un futuro. Ma Bambino I, le sue amiche Bambina M e Ragazzina R e il suo amico Bambino A sono tutti privi di passaporto. Hanno perso i loro documenti in mare o sono stati loro rubati durante un lungo, spossante e pericoloso viaggio a piedi. Per questo ragazzine e ragazzini sono costretti a stare rinchiusi in un Campo sorvegliato da guardie crudeli e a soffrire fame e freddo. La definizione della loro condizione, tragica e pericolosa, è quella di “minori non accompagnati”. Tuttavia si tratta di bambini che hanno comunque voglia di giocare e di sorridere, anche per la più piccola cosa. I frammenti di pane caduti durante la distribuzione, quando gli adulti più alti e forti si accaparrano tutto e ai bambini resta poco o nulla, costituiscono un motivo di gioia per i quattro amici, e li sfamano anche un poco, così come i torsoli di mela, recuperati dagli avanzi del pranzo delle guardie finiti nella spazzatura. La fame e il fango sono presenze costanti e incombenti, in ogni giorno e in ogni ora vissuti nel Campo. Solo nel sogno i morsi della fame possono essere sconfitti: “... mentre dormo, sogno di non avere più fame. Sogno torte al cioccolato, pane appena sfornato, olive e limoni e arance e polli arrosto, feste e pic nic, dove sono circondato da mia madre e da mio padre, dalle mie sorelle e dai miei fratelli, dalle mie zie e dai miei zii, e ridiamo e scherziamo e abbiamo tutti la pancia piena”, racconta Bambino I.

Bambino I è il narratore in prima persona della storia. Sa che raccontare la propria storia è importante, solo così le autorità possono cercare di verificare chi sei, ricostruire il tuo passato e, forse, aprirti il cancello del Campo per lasciarti tornare alla vita, per farti uscire e spronarti ad andare avanti. I bambini senza documenti del Campo non hanno nome. Sono contrassegnati da lettere dell’alfabeto, anche se qualcuno di loro ricorda ancora i propri dati anagrafici e quelli dei propri familiari perduti nell’inferno della guerra o della persecuzione. Ma qualsiasi ricordo, affermano i custodi, potrebbe essere una bugia o una fantasia. Dopo l’assalto delle bombe e della morte, i piccoli rinchiusi nel Campo sono dunque esposti a un nuovo pericolo, quello di non essere riconosciuti come persone umane, se non da pochi volontari e visitatori caritatevoli, privi tuttavia di ogni potere, e di dover vivere in un presente immobile, ai limiti della sopravvivenza. Restano loro la reciproca solidarietà e un barlume di speranza. Steve Tasane, figlio di un rifugiato nel regno Unito, non racconta in questo libro la propria storia, ma stabilisce un collegamento ideale fra quest’ultima e la situazione di molti, troppi, bambini e ragazzi rifugiati, travolti dalle vicende che infinite crisi mondiali hanno generato e continuano a generare. I fatti narrati sono veri. Save the Children ha concesso il proprio patrocinio a questo romanzo, che definisce ‘‘un racconto poetico che con un tono dolce e a tratti commovente riesce a raccontare una crudele realtà dei nostri giorni”.



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