Novelle fatte a macchina

Novelle fatte a macchina

Quale potrebbe essere la reazione degli antichi Romani e di Cesare loro imperatore, se una scolaresca degli anni ’70 si presentasse appena in tempo per assistere all’imminente uccisione di Caius Iulius, allo scopo di conteggiare quante siano le effettive coltellate al Divus inflitte, vista la scommessa organizzata, al riguardo, tra il maestro e alcuni suoi alunni? La mentalità di una piccola bimba, che ha appena ricevuto per Natale una bambolina a transistor non esattamente desiderosa di corrispondere ai classici canoni attitudinali e comportamentali femminili, sarebbe in grado di reagire autoritariamente imponendosi al giocattolo o invece finirebbe per farsene incisivamente influenzare? Una volta raggiunta l’agognata pensione, meglio crogiolarsi in pantofole davanti alla tv a far nulla, anzi peggio che nulla, visto che tocca sorbirsi le continue inutili discussioni tra gli altri familiari presenti in casa, o meglio abbandonarsi a una delle poche passioni, i gatti randagi, col rischio però di convincersi che il loro mondo sia decisamente più affascinante e, con ciò, seguirli stabilmente in giro per le rovine innanzi a Largo Argentina in Roma? È possibile che gli alberi di un giardino, bistrattati per lungo tempo da un padrone sensibile soltanto al richiamo del profitto imprenditoriale, si ribellino e, con le loro armi naturali, comincino a insidiare chiunque si avvicini loro con intenzioni non onorevoli? Può la paura del lupo cattivo della fiaba di Cappuccetto Rosso essere come la kryptonite di Superman per i due “piccoli Thor”, Marco e Mirko, supereroi contro ogni forma di criminalità reale, organizzata e non, ma docili come poppanti quando si tratta di ascoltare fiabe terrificanti?

Queste e altre domande scaturiscono dalla lettura della ventina di novelle che compone quest’opera di Gianni Rodari; esse vennero pubblicate, lungo tutti gli anni ‘60 e i primi ‘70, sul quotidiano “Paese Sera” e poi raccolte in un unico libro magnificamente illustrato da Valerio Vidali, e in alcuni casi sono state frutto di collaborazione tra Rodari e piccoli studenti di scuole elementari da lui visitate, sulla base della fatidica domanda: “Cosa succederebbe se...”, origine e traccia di molti dei suoi racconti. La fantasia sfrenata di Rodari è particolarmente vivace in questo insieme di racconti, che se, forse inevitabilmente, sconta qualche dislivello nel valore degli episodi (ciò avviene comunque di rado, direi nei soli Una per ogni mese e La guerra dei poeti, che d’altronde sono, più che altro, dei divertissement) è, nel contempo, una delle opere che più consiglierei a chi volesse farsi un’idea complessiva della produzione di questo autore. Particolarmente apprezzabili si rilevano, per un lettore adulto, quelle storie che sottendono un insegnamento, come le citata storie de La bambola a transistor, apologo di una visione femminista del ruolo della donna piuttosto rara da riscontrarsi in un uomo, o – sempre tra quelle sopra indicate – Vado via con i gatti, surreale e grottesca via d’uscita per lo stress di trovarsi improvvisamente estraniato dalla propria precedente vita quotidiana, ridotto a pura presenza senza alcun ruolo importante in famiglia; o ancora Carlino, Carlo, Carlino, ironica ma spietata critica ad una società che quando incontra un vero genio, invece di riconoscerlo ed imparare da lui, cerca a tutti i costi, spesso riuscendovi, di appiattirlo e omologarlo, in una confortevole identità con tutti i mediocri. Ma non sempre Rodari vuole a tutti i costi stimolare la riflessione su un fenomeno sociale o elargire un velato insegnamento morale: a un’amica che tempo fa mi diceva di non riuscire a cogliere il senso di alcuni dei suoi racconti brevi, rispondo che il “senso” spesso sta proprio nel voler divertire con l’umorismo più libero e indipendente che esista, quello del nonsense, quello più vicino agli arditi accostamenti mentali propri dei bambini. Vi pare poco?



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