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Quattro giorni

Quattro giorni

E così anche questa estate si va al Lido di Venezia tutti insieme! Marina, mamma, papà e il fratellino Michele. La famiglia Menin affitta loro la solita camera in appartamento, non distante dalla spiaggia: la signora Cate, il marito e i tre figli Benito, Nico e Lele vivranno insieme a loro, e poi in un’altra stanza ci sono due vecchi signori che chiamano Olly e Polly, con le loro criniere innevate e la pelle che nonostante il solleone rimane color latte. Parlano poco e dormono nella camera padronale, quella più bella, ma tutto sommato sono simpatici, pensa Marina. Insomma tutto come sempre in questo 1967, è l’estate di Se stasera sono qui anche se Luigi Tenco che la canta in realtà non c’è più – si è ammazzato al festival di Sanremo, lo hanno detto in televisione –, ma la sua canzone alla radio la danno lo stesso e a Cate sembra piacere molto, la canticchia quando è ai fornelli. Tra i figli dei Menin, Lele è il preferito di Marina, con la sua abitudine di camminare a piedi scalzi e quei modi gentili da ragazzo più maturo. Tutto è come sempre nel microcosmo della piccola Marina, non fosse per quell’auto che sbuca improvvisa e mette sotto il piccolo Michele...

Attraverso la viva voce della piccola Marina, che racconta in prima persona questi quattro giorni fuori dall’ordinario per una bambina di nove anni, riviviamo un’infanzia spensierata e gioiosa. I ricordi di un’estate al mare (e non per citare la mitica Giuni Russo), di quando si spendeva poco e si sprecava il meno possibile, degli habitué “stessa spiaggia stesso mare”, che guai a chi tocca Sanremo e il suo festival della canzone italiana. Di quando per divertirsi in fondo bastava così poco. Una prosa fresca e scorrevole che asseconda il modo di vedere il mondo della giovane protagonista, e si sofferma su dettagli che ormai gli adulti non sono più grado di notare. Il primo batticuore, l’ansia di stare per la prima volta senza mamma e papà, il desiderio di vivere ogni giorno come una nuova avventura. Dolce come un gelato al cioccolato e salato come acqua di mare che bagna le labbra, Quattro giorni è anche un amarcord di un Lido che non c’è più, con il suo platano di 40 metri che tutti chiamavano l’Albero del Diavolo ed era considerato dai bambini come un luogo magico (purtroppo non più esistente dal 1980), e quell’isola di San Lazzaro che prima ospitava i moribondi del lazzaretto e poi i randagi di un rifugio ormai chiuso. Antonella Giacon sa suonare le giuste corde e parlare al cuore dei più giovani, quelli di oggi e quelli che un tempo anche se lontano lo sono stati.