Un americano alla corte di Re Artù

Un americano alla corte di Re Artù
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Un alterco a suon di mazze di ferro con Ercole, un suo sottoposto in fabbrica. Un colpo secco che gli ha fatto scricchiolare tutte le ossa della testa. E adesso, Hank Morgan, si ritrova seduto sotto una quercia, attorniato da un paesaggio bello e pieno di pace... se non fosse per quello strambo uomo di fronte a lui che continua a fissarlo. Deve provenire di sicuro da un circo o da un manicomio, perché parla in modo antiquato ed è vestito con una pesante armatura di ferro, con tanto di elmetto, scudo e spada. Non è nemmeno molto socievole, perché Hank non può aprire bocca che lui gli grida di tacere e di sottomettersi, prigioniero della sua spada. E dato che gli argomenti dell’uomo sono piuttosto convincenti, a Morgan non rimane che seguirlo attraverso prati e ruscelli. Quanto sarà lontana Hartford? Le costruzioni che si intravedono in lontananza - una città adagiata su una valle in riva al fiume, e la fortezza grigia sulla collina immediatamente dietro - non assomigliano per niente alle città del Connecticut, ma sembrano uscite direttamente da un libro illustrato. Pian piano, i due si avvicinano alla città, e incontrano qualche persona: le donne indossano corone di papaveri rosso fuoco; gli uomini portano i capelli lunghi e scarmigliati, collari di ferro e rozzi sandali ai piedi. Incredibile: quei barbari vanno in giro seminudi, ma sembra che l’attrazione principale sia proprio lui, Hank Morgan, mentre il suo rapitore gode solo di umili e riverenti saluti! Questa cosa non gli va proprio giù. Si imbattono in bambini e branchi di cani che giocano in viuzze strette e non lastricate, e in maiali allo stato brado che grugniscono beati; e poi, si accodano ad una variopinta parata militare fino in cima alla collina, davanti al castello. E mentre i corni suonano, e lo stendardo raffigurante un rozzo drago danza sopra le teste del corteo, le grandi porte si aprono e il ponte levatoio si abbassa, rivelando, al di là delle volte oscure, un grande cortile lastricato, con torri che svettano imponenti fino in cielo. Lì, Morgan conversa con un giovane paggio, Clarence, e apprende (con molto scetticismo in verità) di non essere né al circo né al manicomio, bensì a Camelot, nell’anno 528, alla corte del grande Re Artù. Nell’immenso salone dove al centro troneggia la famigerata tavola rotonda, Morgan, appostato in un angolino, ascolta prima le storie di Merlino, il sedicente mago di corte che fa addormentare persino i cani coi suoi barbosi racconti; poi, le eroiche gesta dei cavalieri, le scemenze più fantasiose che abbia mai sentito in vita sua: Ser Kay, colui che lo ha portato li, si vanta di averlo catturato dopo avere combattuto e ucciso i tredici cavalieri che lo accompagnavano, e di averlo liberato dall’incantesimo rappresentato dai suoi buffi vestiti, i quali lo avrebbero messo a riparo dalle offese degli uomini. Il risultato è che Morgan viene condannato a morte, denudato dai suoi abiti fatati (in realtà abiti preconfezionati pagati quindici dollari), e sbattuto in una cella angusta in compagnia dei topi...

Edito nel 1889, Un americano alla corte di Re Artù affronta, forse per prima volta nella storia della letteratura, il tema del viaggio nel tempo. Ma ciò che la consueta, geniale satira di Mark Twain vuole proporci, attraverso la voce e le gesta del suo yankee purosangue catapultato casualmente nell’Inghilterra medioevale, è soprattutto una critica feroce della società americana di fine ottocento, considerata da Twain troppo superficiale e ottimista in rapporto alla sua effettiva conoscenza dei fatti storici. Se da un lato, il formidabile ingegno, il senso pratico e le conoscenze tecnico-scientifiche del protagonista sono concepite in senso ampiamente positivo, dall’altro, questo suo auto-proclamarsi paladino del progresso risulta alquanto pretenzioso e ingiusto all’interno di una società e un’epoca del tutto impreparata ad accogliere cambiamenti di tale portata; un’epoca nella quale la scienza non ha nessun valore al cospetto della magia, della superstizione e delle credenze religiose. Assistiamo dunque all’incredibile ascesa sociale di Hank Morgan, che una volta scampata la condanna a morte con uno stratagemma a cui lasciamo al lettore il piacere di scoprire, diventa prima il più potente mago del regno - spodestando, udite udite, nientemeno che Merlino, “il grande bugiardo”, relegato alla mansione di meteorologo, (svolta peraltro con risultati disastrosi) - poi, il primo ministro del Re. Morgan sarà l’artefice della crescita economica del regno e della realizzazione delle grandi novità tecnologiche del XIX secolo; sfoggerà i suoi ideali liberali, combattendo a spada tratta ogni diseguaglianza e ogni privilegio derivato dal rango di nascita, a favore della meritocrazia per gli uomini più capaci e intraprendenti. Ma il suo sarà un vero e proprio indottrinamento a favore del proprio ego, al pari di quello perpetrato dalla religione che tanto denigra: insomma, ai suoi occhi, i medioevali sono solo un branco di cialtroni, rozzi e creduloni, ma non esiterà a giocare con le loro stesse armi, a raccontare loro giganti frottole pur di manovrarli. Il romanzo è pieno dunque di interessanti contraddizioni morali, e pur essendo concepito come romanzo per ragazzi, è da adulti che lo si può maggiormente comprendere e apprezzare. Le tante contraddizioni generano poi, a livello “visivo” delle scene deliziosamente divertenti, nelle quali elementi di modernità irrompono con forza in una società ancora arcaica: così, a zonzo per le strade del regno, non mancheremo di incrociare qualche cavaliere con l’armatura fasciata da un cartello pubblicitario, o di vedere Ser Lancillotto sfrecciare in sella ad una bicicletta.



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