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Baruch Spinoza - Il passo del clandestino

Baruch Spinoza - Il passo del clandestino

La stanza dove vive Benedictus – come ora Baruch vorrebbe essere chiamato – è una delle più piccole, certamente la più economica di quel vecchio palazzo di Voorburg. Eppure gli basta per vivere al sicuro, dopo una vita quasi da fuggiasco, e per lavorare lenti e occhiali per ricavarne da vivere. Così come gli bastano un po’ di farinata d’avena o un solo piatto di gulasch per l’intera giornata; o la confidenza con pochi amici; o una passeggiata verso il mare, in quel clima gelido, per riconoscere la divinità dell’ordine necessario delle cose, di quell’unica e infinita sostanza che è la natura. È poco, ma almeno questo gli permette di vivere in quella libertà che tanto gli è costata: la scomunica, l’esilio dalla sua città, il ripudio da parte della famiglia. La voce di suo padre, dopo anni, gli riecheggia ancora come un monito nella testa: quel padre la cui morte gli è stata annunciata quando già il funerale era passato, quel padre di cui ha rifiutato l’eredità, se non per un letto a baldacchino. E, dopotutto, ora ha il suo mestiere di ottico e libri dei neoplatonici da leggere la sera fino a tardi. Ha ancora l’amicizia devota di Simone de Vries, che è stato suo allievo e soprattutto lettore e ammiratore dei suoi scritti, anche di quelli banditi per eresia. È il 1666 e, soltanto dieci anni prima, ad Amsterdam, il ventenne Baruch poteva ancora condividere una cena in famiglia, con il padre e le sorelle...

Quella di Spinoza è la vita di un saggio moderno, fedele fin nel quotidiano alla sua filosofia, alla sua libertà. Affabile ed introverso, per origine ebreo sefardita, riesce a guadagnarsi l’ammirazione di seguaci e di colleghi illustri come Leibniz, pur vivendo ad Amsterdam da recluso e poi a Rijnsburg e all’Aja da esiliato, da modesto tornitore di lenti. Insieme alla fama, d’altronde, giungono anche gli anatemi e le accuse della sua comunità ebraica, degli accademici, di celebri teologi come il Grande Arnauld. Questa vita racconta Mimma Leone, con semplicità e freschezza, in una breve biografia romanzata. Le vicende occorse al filosofo, le sue abitudini, le amicizie e gli amori vengono dipinti in sette capitoli, ognuno dedicato a un particolare anno o fase della vita di Spinoza, dalla scomunica alla morte precoce. A tutto ciò si alternano ampi stralci di lettere tratte dall’epistolario dell’autore e qualche breve notazione storica. È un vero peccato che questi due aspetti del libro, da un lato il racconto e dall’altro i cenni di storia materiale e storia delle idee, siano assai slegati. Nel corso dei dialoghi e degli avvenimenti, in una bella narrazione scritta in modo accessibile e scorrevole, c’è tuttavia bisogno che ogni tanto l’autrice ci ricordi che siamo nel XVII secolo. Si consideri – soltanto per dare qualche esempio – la nonchalance con cui si parla di “soldi piegati” in un’epoca in cui le banconote non circolavano; di osmosi o di lunghezza d’onda negli indiretti liberi; di una netta separazione tra scienza e filosofia, cui noi siamo abituati, che però prende corpo in epoche successive a quella in questione. Piccole imprecisioni, certo, che però rendono i dialoghi, le ambientazioni e i personaggi troppo approssimativi e un po’ fumosi.