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Beati gli inquieti

Beati gli inquieti

Antonio, 36 anni, scrittore e ricercatore universitario, si trova nella comunità di cura psichiatrica “Casa delle farfalle”. Vuole studiare la follia da vicino, la vuole abitare per poterne scrivere. Si trova così ad interagire con Marta, una ragazza alla ricerca della bellezza che lei incarna in fiori ed angeli; l’inquieto Angelo, che elabora teoremi scientifici perseguitato da poteri occulti, spie ed FBI; l’esangue Simone, lettore compulsivo, spossato dalla ricerca del Divino nella quotidiana lotta contro i “satanini” che si annidano ovunque; l’esausto Carlo, sfiancato da “milioni di lavori” e sfiduciato da fatiche mai giustamente ripagate; l’imprevedibile Cecilia che esterna il suo stato d’animo con il make-up e che talvolta assume l’identità scontrosa di “Tom”; infine la Psichiatra, con la quale Antonio si confronta quotidianamente in un rapporto di non totale fiducia. “Sapevo che un italiano (Ugo Cerletti, ndr), nel 1938, aveva inventato l’elettroshock dando inizio a una lunga serie di orrori e che un altro italiano (Basaglia, ndr), quarant’anni dopo, aveva fatto chiudere i manicomi. Due eccessi, due follie anch’esse speculari. Solo gli psichiatri arrivano a tanto”…

Avvincente fin dall’inizio, asciutto, diretto, elucubrante, affascina subito con una breve dissertazione sul significato degli ambienti desertici, tanto da ricordare le profonde osservazioni di Sven Lindqvist in Nei deserti. Non basta far fare o dire stramberie ai propri personaggi per descrivere il disagio psichico (posto che può esistere il disagio psichico anche senza manifestazioni che ricevano lo stigma sociale della follia e viceversa), occorre arrivare all’autenticità. Perché anche se non è vero che “i matti dicono sempre la verità”, è vero però, che ogni “matto” esterna, a saperla leggere, “una” verità. Ed è spesso quella che, se riconosciuta, fa paura, va rimossa. Senza scomodare troppo Fromm sul fatto che in un contesto sociale malato, il “sano” può egli stesso sviluppare atteggiamenti ritenuti psicotici, il labile confine tra disagio esistenziale, psichico o relazionale, costituisce un argomento spinoso posto sul terreno minato che precede la Verità. Verità Universale o verità percepita? Un labirinto di specchi. Comunque sia, Stefano Redaelli possiede nella scrittura tutta la potenza della Verità che, quando la si approfondisce, presenta variabili infinite. Infatti le sorprese non mancheranno. Da sempre l’uomo tenta senza esito di placare l’ansia di stabilire, definire e controllare l’insondabile confine tra “normalità” e “follia”, visionarietà e profezia, santità o esaltazione, delirio o rivelazione. L’esistenza, la mente, la follia, il divino: temi rischiosissimi sui quali un autore rischia uno scivolone pesante. Da questa miscela pericolosa ne scaturisce invece, grazie a Redaelli, qualcosa di estremamente bello e potente.