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Behind the Nobel

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Roald Hoffmann ha ricevuto il premio Nobel per la chimica nel 1981. Scienziato di origini ebraiche e polacche, Hoffmann arriva negli Stati Uniti nel febbraio 1949. I primi anni non sono positivi per sua madre e il suo patrigno, che non possono esercitare la professione che vorrebbero e devono in qualche modo arrangiarsi. Per lui, al contrario, il mondo è aperto: la realtà in cui vive sta superando una certa discriminazione e la porta principale per sfuggirla passa attraverso l’istruzione. A undici anni, Hoffmann conosce già bene l’inglese, che è la sua sesta lingua e, più avanti, al college, segue un curriculum preparatorio alla facoltà di medicina. Lui, però, non vuole diventare un medico e, quando lo confessa ai genitori, ha già parecchi corsi di chimica alle spalle. Perciò indirizzare il proprio interesse verso quella materia diventa un percorso naturale. Quando, nel 1981, riceve il premio Nobel, può godersi appieno la cerimonia di premiazione, in quanto conosce bene lo svedese: sua moglie viene dalla Svezia e la lingua, per lui, non è un’incognita. Hoffmann sente l’annuncio che lo riguarda durante il telegiornale del mattino, mentre è intento a riparare la sua bicicletta… Il microbiologo britannico Paul Nurse, invece, viene insignito del premio Nobel per la medicina nel 2001, per aver scoperto le chinasi, molecole proteiche con il compito di controllare e regolare il ciclo cellulare, in particolare la fase di riproduzione della cellula. Nurse apprende la notizia da un messaggio registrato nella sua segreteria telefonica. All’inizio non capisce bene e pensa che il messaggio sia stato lasciato da un giornalista che gli chiede di commentare il premio Nobel. Solo più tardi realizza quel che sta davvero accadendo. Inutile nascondere che la notizia lo riempie di gioia e orgoglio: il Nobel è un grande premio e, quando si reca in Svezia a ritirarlo, porta con sé la famiglia e i membri del suo laboratorio, che lo hanno aiutato nel lavoro. Si tratta di una decina di persone in tutto. Nurse ha il ricordo di una festa meravigliosa: gli svedesi sono un popolo davvero ospitale che sa rendere l’evento memorabile…

Cosa accade quando le luci sul palco si spengono, l’eco degli applausi si dissolve e la festa ha termine? Cosa succede a conclusione della manifestazione durante la quale si conferisce il premio Nobel e ognuno torna alla propria quotidianità? Qual è il destino dei premiati dopo la vittoria? L’attenzione, di media, giornalisti e pubblico in generale, è sempre concentrata sul prima e sul durante. Pochi, invece, si preoccupano di ciò che si verifica dopo. È quanto interessa invece Emiliano Tognetti, giornalista e saggista italiano che decide, in questo saggio davvero molto interessante, di intervistare sette vincitori dell’ambitissimo premio svedese (soprattutto scienziati). E – elemento ancora più singolare – è il fatto che l’interesse dell’intervistatore poggi non solo sul ricordo di come si è stati informati della vittoria o di chi abbia accompagnato i protagonisti a ritirare il premio, ma soprattutto sugli stati d’animo, quello del momento della realizzazione e, soprattutto, quello del dopo, quando tutto si è compiuto, il premio è stato ritirato e si avverte, prepotente, la necessità di onorarlo. Ed è proprio questo l’aspetto che emerge in ciascuna delle sette interviste condotte da Tognetti. Al di là delle emozioni, oltre la commozione e il ricordo dei sacrifici che, spesso, hanno accompagnato la strada che ha condotto al traguardo finale, quel che accomuna gli intervistati è il senso di responsabilità del quale si sentono investiti, il bisogno di lasciare un’impronta a chi verrà dopo di loro o anche a chi non ha avuto la loro stessa fortuna. Un esempio, anzi sette esempi di profondo rispetto nei confronti di una vittoria sudata, ma che ha reso ciascuno dei vincitori un privilegiato e ha, allo stesso tempo, fatto scattare il desiderio di mostrare riconoscenza nei confronti di tale privilegio. Interviste molto interessanti e mai banali, che restituiscono la profonda caratura intellettuale e morale di figure talentuose ma meravigliosamente umili.