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Belinda e il mostro - Vita segreta di Cristina Campo

Belinda e il mostro - Vita segreta di Cristina Campo

Cristina Campo nasce a Bologna il 29 aprile del 1923. Viene battezzata Vittoria, Maria Angelica, Marcella, Cristina e per amici e familiari sarà sempre Vittoria Guerrini, ma Cristina Campo è, tra i diversi pseudonimi che sceglierà per scrivere, quello da lei preferito e quello che la consegnerà al ricordo dei posteri. La famiglia del padre proviene dal mondo agricolo romagnolo, mentre la madre appartiene a una delle famiglie più illustri di Bologna, i Putti, che conta tra le sue file diversi illustri personaggi. Il nonno di Cristina, Marcello Putti, già primario all’Ospedale Maggiore di Bologna, è stato un importante esponente del Partito monarchico liberale, la cugina Ersilia è la madre del compositore Ottorino Respighi. Anche Vittorio Putti, il fratello maggiore di Cristina Campo, si dedica alla carriera medica, diventando uno degli ortopedici più famosi al mondo, tanto che dall’estero giungono a Bologna diversi colleghi per poter assistere ai suoi interventi all’avanguardia. Cristina trascorre la sua infanzia tra gli adulti, anche a causa delle sue precarie condizioni di salute. È nata infatti con una malformazione cardiaca che all’epoca non si può curare e che la indebolisce, facendo sì che si ammali con estrema facilità. La presenza della malattia e la convivenza con i frequenti attacchi di cuore saranno due costanti all’interno della sua parabola esistenziale. Nel 1935 i medici le impediscono di andare a scuola e lei studia da autodidatta, sotto la guida del padre e di insegnanti privati. La lettura, la solitudine e la malattia sono tre stelle polari che segneranno in modi diversi il corso dei suoi giorni, assieme ai tratti che eredita dai suoi genitori. Dalla madre prende una certa fragilità nervosa, dal padre una personalità forte e poco incline ai compromessi. “Tutta la vita di Cristina Campo sarà segnata da questa doppia polarità: un’apparenza fragile e, dietro, una volontà di ferro, quasi tirannica”...

Con questo Belinda e il mostro, Cristina De Stefano affronta una delle figure più enigmatiche e affascinanti della letteratura italiana recente. Fino alla sua morte, avvenuta nel 1977 a causa dell’ennesima crisi cardiaca, Cristina Campo condusse un’esistenza appartata, sostanzialmente ai margini della società letteraria del tempo, ma questo non le impedì di lasciare un segno profondo grazie alle sue poesie, alle traduzioni e ai saggi critici che contribuirono a far conoscere anche in Italia l’opera di autori quali Simone Weil e William Carlos Williams. Pur non avendo scritto molto (ma di sé ebbe modo di dire in un’intervista che “le sarebbe piaciuto aver scritto anche meno”), Alfredo Cattabiani, direttore editoriale di Rusconi, la definì come “forse la più grande prosatrice italiana”. Attingendo alle testimonianze di amici e conoscenti come Mario Luzi, Pietro Citati e Elémire Zolla, che fu a lungo il suo compagno di vita, e pescando anche negli scambi epistolari che la Campo ebbe con figure come Guido Ceronetti, Marcel Lefébvre, Vittorio Sereni, Djuna Barnes, Vanni Scheiwiller e María Zambrano, il volume della Di Stefano ci restituisce un ritratto vivido di una figura che in vita fece di tutto per non apparire e rifuggì in modo quasi ossessivo le luci della ribalta. Un personaggio certo contraddittorio e per certi versi non facile, come testimonia in particolare l’ultima fase della sua vita, contraddistinta da un fervore religioso di stampo tradizionalista che la portò a opporsi in modo quasi estremista alle novità liturgiche introdotte dal Concilio Vaticano II. Ma anche una scrittrice che seppe interpretare il ruolo dell’intellettuale con un rigore e una dedizione rari da ritrovare ai tempi nostri, e che anche solo per questo merita di essere riscoperta.