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Belle Greene

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1898, New York. Geneviève raduna i suoi figli intorno al tavolo della cucina. Finalmente, ha deciso per lei e per i quattro figli di cambiare cognome e di dichiararsi bianchi di fronte allo Stato di New York, al fine di guadagnare quel riscatto sociale che suo marito, Rick Greener, noto attivista politico contro la discriminazione e le persecuzioni razziali negli Stati Uniti, ha loro negato, abbandonandoli nella miseria e al proprio destino. Soltanto ad una condizione: che tale segreto sia conservato fino alla loro morte, sicché è vietato sposarsi o, peggio, mettere al mondo dei figli il cui colore della pelle potrebbe mettere a repentaglio la loro storia di copertura. Nessuno in famiglia è particolarmente convinto, se non la stessa Belle, artefice di quell’idea, d’intesa con la madre: per lei non esistono corsi di cucito o cucina in attesa di diventare moglie di qualcuno. Per lei contano soltanto lo studio, i libri, il sogno di lavorare in una biblioteca ricca come quella nel campus di Princeton. Lì, un giorno, la sua dedizione, la sua curiosità e il suo impegno vengono notati da Junius Morgan, nipote del celebre finanziere J.P. Morgan, che le propone di dirigere, alle dipendenze dello zio, avido collezionista di libri, la famosa Morgan Library…

Se, andando a New York, è capitato di trovarsi di fronte all’imponente Morgan Library, istituzione che ospita alcuni tra libri e manoscritti più rari al mondo, si è molto probabilmente incorsi nell’errore di pensare che l’accesso al pubblico sia stato reso possibile solo dalla generosità del magnate della finanza J.P. Morgan e dalla sua famiglia. Alexandra Lapierre ricostruisce nelle sue pagine come tale fatto sia, invece, l’esito di un sogno di una ragazza afroamericana del 1898, alla quale quasi nessuno ha dato il giusto credito con la memoria storica. Dimenticata spesso nei riferimenti storiografici, Belle Greene, come attesta l’attenta prosa dell’autrice, è stata un personaggio fondamentale non soltanto per la buona riuscita di questo progetto, ma, soprattutto, un modello di modernità per l’epoca in cui viveva: non soltanto perché rifiutava il matrimonio come realizzazione personale della propria vita, ma perché, seppur sotto il fardello di un pesante segreto, ha vissuto da donna libera in una società che, al contrario, avrebbe soffocato ogni sua aspirazione e desiderio per la sola appartenenza ad una “razza”, lasciandosi sfuggire una personalità, come la sua, destinata a incidere su molte vite e, nel suo piccolo, a raggiungere importanti traguardi per la condizione femminile. La prosa è scorrevole, leggera e la cifra stilistica dell’autrice consiste nel fatto di non ‘cadere’ nella trappola, tesa dalla ricerca storiografica, di arricchire di dettagli la narrazione quasi da renderla una biografia storica, ma, al contrario, di trarre dallo studio degli scritti dei personaggi la capacità di osservarli, di immedesimarsi, di capirli così profondamente da riuscire a coglierne riflessioni e pensieri, rendendo difficile distinguere il confine tra quanto sia realmente accaduto e la fiction in sé. Durante la lettura ci si trova ad invidiare Belle per il suo coraggio, ad odiarla per i suoi momenti capricciosi, a stimarla per lo spirito di sacrificio che impiega al servizio della cultura, a condannarla per la sua vanità, a dispiacersi per un amore che non è mai fiorito come sarebbe dovuto fiorire: qualsiasi sia l’emozione che lascia, alla fine, ti manca e la sua vitalità e forza sono rimaste così dentro che, se ti trovi seduta in una biblioteca, con gli occhi volti agli scaffali, speri di vederla là indaffarata a catalogare e china su qualche edizione antica dell’Eneide.