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Berthe Morisot - Le luci, gli abissi

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Parigi, novembre 1868. Nel suo atelier, al numero 81 della rue Guyot, Édouard Manet si accinge a dare le pennellate conclusive alla sua ultima opera: una tela di oltre un metro e mezzo raffigurante tre persone affacciate a un balcone. Un soggetto insolito e azzardato, che probabilmente verrà “rifiutato e deriso” dai parigini e dai critici del Salon – così è stato per il suo Déjeuner sur l’herbe e, soprattutto, per l’ardita e assai discussa Olympia. E tuttavia le critiche non fanno altro che incitare il pittore a proseguire sulla strada della novità. D’altronde a Parigi c’è aria di cambiamento, nei salotti, nella politica, nel fermento dei Caffè: è ora che anche l’arte faccia un passo avanti. Manet e i suoi “impressionisti” valgono molto più degli inclementi giudizi a loro riservati e la donna che sta posando per lui ormai da ore, Berthe Marie Pauline Morisot, lo sa bene. Lei stessa pittrice di talento, votata all’arte tanto da passare “le giornate davanti al cavalletto, trascurando persino di mangiare”, è orgogliosa di poter posare per il Maestro. Uomo affascinante e carismatico, forse l’unico in grado di scalfire “i confini del suo universo” spesso così enigmatico e tenebroso. Accanto ai due vigila la madre di Berthe, Marie-Cornélie. Monarchica convinta, diffida di questo sedicente Manet, ma non ha potuto far altro che accettare la ferma volontà di Berthe di posare per lui. Indisporre la sua Bijou sarebbe stato ben peggio, tanto più che per Berthe la pittura non è “affatto un decoroso passatempo, bensì il sogno vero della vita”. Una scelta che l’ha portata ad essere ancora nubile a ventisette anni, a disdegnare i molti spasimanti nel timore, una volta sposata, di dover rinnegare la sua ragione di vita…

“Scrivere. Aprire il grande libro della Storia con l’urgenza di riscriverne alcuni pezzi, per raccontare la faccia nascosta della medaglia, sapendo che non tutto e non sempre quello che ci viene tramandato dalle fonti ufficiali corrisponde al vero”. Questo scrive del suo lavoro Adriana Assini, prolifica scrittrice e pittrice romana. Tale programmatica necessità di raccontare le zone meno visibili della Storia investe anche questa sua ultima fatica, incentrata sulla vita della pittrice Berthe Morisot – il cui sguardo “nero e profondo” il lettore potrebbe aver già incontrato in alcune note opere di Édouard Manet, ad esempio Il balcone (1868) o il bel ritratto Berthe Morisot con un mazzo di violette (1872). Modella di Manet e a lui legata, sino alla fine, da un profondo sodalizio artistico e sentimentale – ne diventerà cognata sposando nel 1874 il fratello Eugène – la Morisot rivestì un ruolo fondamentale tra gli impressionisti francesi, distinguendosi come fondatrice, assieme agli altri del “gruppo di Batignolles”, del movimento. Fu una delle prime figure femminili ad affermarsi in una pratica considerata prettamente maschile – l’École des Beaux-Arts, ci racconta la Assini, era preclusa alle donne –, in un periodo in cui alle rispettabili donne borghesi era richiesto essere niente più che solerti mogli e madri. Berthe, figura complessa, umorale, spesso indecifrabile, non vuole e non può sottostare a tutto questo: aspira non solo all’indipendenza economica, ma anche – e soprattutto – a vivere pour l’art. E, non meno importante, a vivere con qualcuno che rispetti e condivida questo suo desiderio. Piacevole l’indugiare della Assini sulle descrizioni dei membri del “gruppo di Batignolles” – le personalità spesso divergenti, le entusiaste discussioni al Caffè Guerbois –, numerose le digressioni propriamente storiche sugli sconvolgimenti della guerra, sull’esperienza della Comune, sui processi politici e sociali che guidarono il cambiamento dagli impressionisti tanto agognato. Elegante e ben cucito alle vicende, seppur talvolta un po’ ridondante, il linguaggio adottato, un italiano d’altri tempi arricchito da inserti francesi. Una lettura affascinante, un buon punto di partenza per riscoprire la storia di una grande artista.