Nel mondo camminano persone così fragili da diventare quasi invisibili. Non scompaiono davvero, ma si sfaldano a contatto con le altre persone, con le realtà, come biscotti friabili. È stato Seong Jaeseong a definirli così, “Biscuits”. Esseri che hanno perso la forza di proteggersi, che si sgretolano al minimo urto, che si dissolvono nei pensieri e nei ricordi di chi li circonda e nemmeno più li nota. A volte qualcuno li percepisce come un respiro leggero, un passo trascinato, un fruscio di stoffa. La maggior parte delle volte neppure quello, solo ombre o lievi increspature dell’aria, come nebbia o afa estiva. Seong è un ragazzo con un passato fatto di continui ricoveri perlopiù dovuti alla sua ipersensibilità ai suoni. È proprio grazie a questa peculiarità che riesce a vedere i Biscuits. Al centro di cure neuropsichiatriche hanno catalogato i suoi disturbi legati ai suoni come misofonia, iperacusia e fonofobia. Seong li riconosce dai rumori e dalle vibrazioni che gli attraversano il corpo ogni volta uno di essi si trovi nei paraggi. Per lui non sono fantasmi, ha capito che sono persone che stanno cedendo, che rischiano di scomparire, e lui può fare qualcosa affinché ciò non avvenga. Forse il suo “potere” serve proprio a questo, ad aiutarli. La sua vita, tra una dimissione e l’altra, sembra tutto sommato analoga a quella di molti altri adolescenti. Sua madre finge che tutto vada bene, maschera i suoi ricoveri come soggiorni all’estero per imparare l’inglese. Suo padre è un collezionista di scandali con colleghe e clienti; le continue liti tra i due li trascinano sempre più vicino a quel precipizio chiamato divorzio. Seong frequenta l’accademia a cui la madre lo ha iscritto per tentare di arginare la sua diversità e nascondere quella macchia sul suo curriculum chiamata “malattia mentale”. È un giovedì quando una serie di eventi e di errori inconsapevoli iniziano a far deviare la vita insonorizzata che Seong si è costruito dietro cuffie e dosi forzate di autocontrollo. In classe, il ticchettio ossessivo di una penna lo manda fiori di testa. Il ragazzo che lo provoca, soprannominato mentalmente “il Bonobo”, non solo disturba tutti, ma finisce anche per rovesciare una borraccia addosso a un compagno. Quel compagno, però, non è come gli altri: è sfocato, fragile, quasi trasparente. Chiaramente un Biscuit al primo stadio. L’istinto di protezione di Seong si anima e senza riflettere troppo, decide di attuare un innocuo gesto di vendetta: getta la penna nel cestino e lascia sul banco di Bonobo una lattina vuota. Ancora una volta una piccola azione è sufficiente a legare il suo destino a quello di quel Biscuit, come già accaduto in passato. La prima Biscuit che ha salvato, una bambina quasi trasparente minacciata da un cane, è tuttora al suo fianco, rinata sotto l’effetto di fiducia e affetto: Hyojin, una delle sue amiche più care. Questa volta, però, le premesse non sono delle più incoraggianti, forse più di un Biscuit è in pericolo. In quale guaio si sta cacciando Seong?

Chi, almeno una volta, non ha sperimentato quel senso di estraneità al mondo e di invisibilità, voluta o meno, agli occhi di chi ci circonda? In Biscuit il tema della fragilità emotiva viene tramutato in una delicata metafora dal tocco astratto della fantascienza. Il romanzo, pubblicato da Mondadori nella collana Chrysalide, si inserisce nel filone dedicato ai temi della saluta mentale, della resilienza e della ricerca di identità. È valso all’autrice il premio Young Adult Wisdom House Fantasy Literary Award 2023, uno dei riconoscimenti più significativi per la narrativa giovanile in Corea del Sud. La trama è semplice e breve, pensata per essere fruita anche da lettori poco inclini a spendere troppo tempo tra le parole. A colpire è senz’altro la sovrapposizione creata dall’autrice tra la fragilità invisibile di chi soffre di depressione, isolamento sociale o burnout emotivo alla friabilità di un biscotto. I casi descritti, come quello del pescetariano e attivista ambientale Seo Doju, mettono in luce diversi aspetti dell’isolamento sociale ed emotivo, tra cui la difficoltà di chiedere aiuto, la percezione distorta del sé, il peso del giudizio altrui. “È grazie a Hyojin che ho imparato che al terzo stadio i Biscuit sono esseri isolati dal mondo che si rinchiudono volontariamente in un abisso buio e profondo. Hyojin mi disse che, il giorno in cui l’avevo salvata, avevo acceso un piccolo fuoco in un angolo remoto del suo cuore, dimostrandole che c’era qualcuno che riusciva a vederla.” Kim Sun Mi inserisce chiari rimandi a temi centrali nella società coreana. Il suo Seong affronta atti di bullismo, assiste agli effetti della pressione scolastica, vive in prima persona cosa significhi avere una famiglia disfunzionale e cosa comporti subire lo stigma legato alla salute mentale. Nessun adulto è davvero all’altezza, i ragazzi devono spesso salvarsi tra loro, creare dei rifugi sicuri (come l’Agit per Seong, Hyojin e Deokhwan). Una lettura veloce e diretta, senz’altro dotata di potenziale empatico ma, a tratti, forse fin troppo stereotipata e superficiale. L’interessante spunto fantascientifico non viene del tutto esplorato, ma solo accennato, lasciando la storia sospesa in una cornice dal potenziale più ampio, come quella di una raccolta di racconti.