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Blood

Blood
Può un vampiro deciso ad assurgere agli onori degli altari continuare a vivere della morte altrui? Può un succhiasangue votato alla santificazione elargire ancora il Trucco Oscuro, diffondendo così nel mondo la sua eterna dannazione di sangue? Lestat de Lioncourt, classe millesettecentosessanta (o giù di lì), non-morto di irresistibile fascino e sconfinata potenza, santo vorrebbe diventarlo ardentemente, ma le tentazioni del Giardino Selvaggio sono troppo allettanti per non mettere in conto qualche ri-caduta nel peccato. Così, se la “questione cibo” l’ha risolta cacciando esclusivamente la feccia più putrida, non ha proprio potuto evitare di far passare a miglior non-vita la bellissima Mona Mayfair, la giovane strega amata dal vampiro Quinn Blackwood, salvandola così da una misteriosa malattia che ne avrebbe fatto irrimediabilmente cibo per i vermi. Tornata nel pieno delle forze (sovrannaturali, ormai), Mona non ha che uno scopo: riabbracciare Morrigan, sua figlia, la creatura mutante diventata adulta coi suoi primi respiri, svanita nel nulla da anni, forse morta. Ma la neo-vampira non è la sola donna Mayfair ad aver partorito mostri. Stessa sorte è toccata a Rowan, sua cugina, madre per ben due volte di quegli esseri abnormi e depositaria dei segreti della loro specie. Grazie a Maharet, l’antenata di tutti i vampiri, non sarà poi tanto complicato rintracciare, nel vasto mondo, i mutanti che Mona sta cercando. Non altrettanto facile, invece, sarà per Lestat sopportare il travolgente amore che sente per Rowan Mayfair, un sentimento così bruciante, così doloroso…
Domanda: cosa diavolo c’entrano la “ricchezza spirituale del cattolicesimo romano”, san Juan Diego, la Santissima Signora di Guadalupe e addirittura la buonanima di papa Giovanni Paolo II nonché padre Pio (sic!!!) con un succhiasangue malandrino di nome Lestat, noto per un certo narcisismo guascone, molte sconsiderate imprese e il fascino maliardo di una rockstar? Secondo Anne Rice – ahinoi – non c’è proprio nulla di bislacco nella smania di santificarsi che arde nel marmoreo petto del suo zannuto “schianto sovrannaturale”, e in proposito era stata chiarissima già con Memnoch il diavolo, quando addirittura lo sfrontato Lestat osava abbeverarsi niente di meno che alla carotide di Gesù Cristo. Fortunatamente, in Blood, la deriva misticheggiante del sunnominato romanzo è assente, e i proclami di santità del fascinoso bevitore di sangue restano circoscritti ai primi capitoli, alleggeriti per di più da un tono ironico che ne stempera l’incongruità. Incongruità, sì, perché un vampiro abbonato al “National Catholic Reporter” noi proprio non riusciamo a figurarcelo – a meno che non si tratti di una parodia. Inutile negarlo: alle Cronache dei Vampiri non ha giovato affatto il ritorno alla fede della loro autrice, e allora sia benvenuta la decisione di chiuderle. Peccato solo che Blood, l’ultimo libro della serie (in esso confluiscono anche personaggi dell’altro ciclo romanzesco della scrittrice, quello delle “Streghe Mayfair”), stia a Intervista col vampiro o a Scelti dalle tenebre come un coccio di bottiglia a uno smeraldo: scoraggiante nella primissima parte – non solo per il côté religioso, ma anche a causa di un narratore, Lestat, davvero irriconoscibile rispetto alle sue precedenti “prove letterarie” (troppo narcisista e prolisso, troppo sopra le righe e per di più impegnato in continue e stucchevoli allocuzioni al lettore) – poi più convincente ma sempre un po’ traballante, è un romanzo svogliato, e sicuramente troppo “igienico” per essere una storia di vampiri davvero appagante. Quindi meglio, molto meglio, che Anne Rice si dedichi alla sua nuova narrativa cristocentrica (in America sono usciti, con successo, già un paio di romanzi imperniati sulla figura di Cristo): non potremmo sopportare di incontrare Lestat su una nuvoletta paradisiaca con tanto di aureola. Ma di certo ricorderemo sempre con nostalgia la vera e propria “sete” (per usare un termine vampiresco) che ci procuravano i primi romanzi delle Cronache dei Vampiri, così appassionanti che ci risultava quasi doloroso separarcene – erano come una droga e non li si poteva che amare visceralmente. Bei tempi, quelli…