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Blu

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“Blu, riapri gli occhi. Chiudili. Aprili e chiudili: tre. […] Apri e chiudi novantanove; cento. Chiudi”. Ora può dormire, Blu, e riposare. Almeno fino al mattino, quando tutto ricomincia. “Lava i denti in quaranta mosse e sei fuori”. E poi, zaino in spalla, “Diciannove lampioni ti separano dalla fermata dell’autobus. Li superi tutti e torni indietro di uno: lo recuperi: venti. Non le succederà nulla di male”. A sua madre, intende. Soltanto contando, soltanto obbedendo alle sue ossessioni questa diciassettenne minuta dai capelli blu riesce a tenere a bada le sue paure. Che sua madre finisca in manicomio, che Roberto, il suo ragazzo, muoia – eppure qualche volta questa paura si fa desiderio da negare anche a se stessa, vero Blu? Sei proprio cattiva! -, paura che succeda qualcosa a suo padre o alla sua sorellastra. Ginevra frequenta il liceo artistico, è brava in disegno, la nuova supplente glielo dice spesso, lei però non ci crede mai davvero. Preferisce farsi chiamare Blu, con il soprannome che si porta dietro dall’infanzia, quando era ancora una brava bambina e la chiamavano così e Ginevra era invece il nome di quando si comportava male. Ora che è cresciuta vorrebbe essere brava sempre, e invece no. A volte è arrabbiata con sua madre, che troppo spesso la lascia sola a causa del lavoro e non la ascolta mai davvero. Quasi sempre è arrabbiata anche con suo padre, che vede ogni settimana ma che da tempo ha un’altra donna e vive con lei e sua figlia. A Lea, quattro anni meno di lei, Blu vuole bene, eppure spesso ha pensato che le ha rubato il papà, e quando aveva otto anni l’ha pure derisa con altri bambini perché era cicciottella. È così cattiva quando pensa tutte queste brutte cose? Sì che lo è, e glielo dice Ginevra a Blu e la fa stare male. È così brutto convivere con i sensi di colpa, con le paure. Per questo, se conta in quanti bocconi finisce la cena, se apre e chiude gli occhi un certo numero di volte, se non fa questo e se fa quell’altro forse non sarà punita e non succederà niente di brutto alle persone che ama. Non ha amici Blu e quando Roberto le si avvicina non vede l’ora che se ne vada, senza avere il coraggio di dirglielo. A lei piace soltanto disegnare. Durante una gita scolastica assiste ad una esibizione di performance art dell’artista performer Dora Leoni; immersa nuda in una vasca piena di acqua e schiuma, mentre un altoparlante diffonde l’esortazione “Perdonami”, la donna incrocia lo sguardo delle persone. Quando Blu la guarda negli occhi capisce che quella forma d’arte può aiutarla ad esprimere ed esibire le sue paure e ossessioni, come vorrebbe e mai riesce a fare davvero. Ma Dora diventa la sua nuova ossessione. La ragazza diventa una stalker, tutti i suoi pensieri sono focalizzati su quella donna e, nella grande confusione che tormenta Ginevrablu – sì, adesso si sente così: Ginevrablu -, non si distingue più il piano dell’ammirazione artistica, quello dell’attrazione sessuale, quello della passione violenta tipica dell’adolescenza, quello dei sentimenti più profondi. “I pensieri, delle volte, si producono da sé: brutti, orrendi, spaventosi, e tutto sta poi nel domarli, nel far sì che non evolvano in realtà”. Così le ha detto Dora, e le ha detto anche che “nella performance la ferita è feritoia”. Ma Blu sta sempre peggio, non sa esprimere la sua sofferenza, se ne sente soffocare, “Morirai, Blu, perché nella tua vita sai fare solo il male”. Cosa le succederà adesso che il limite è vicino e l’abisso sta per trascinarla a fondo? Blu farà mai pace con Ginevra, per mettere a tacere le voci della paura e dell’ossessione? Riuscirà a smettere di avere il timore di restituire sofferenza in cambio di amore e afferrare quella mano tesa verso di lei?

Dopo il successo clamoroso del suo esordio Guasti, Giorgia Tribuiani pubblica Blu, un romanzo assai atteso dai suoi lettori e al quale lei stessa si è sempre detta molto legata, fin da quando stava prendendo forma. È la storia di una ragazza solitaria, autocritica, problematica, tanto timida quanto in balia dei pensieri morbosi e tumultuosi che le sconvolgono mente e cuore. Sotto il peso delle sue ossessioni, del desiderio di perfezione, dei sensi di colpa, delle paure, della vergogna e del costante senso di inadeguatezza, Blu vorrebbe avvicinarsi agli altri – al padre che deve dividere con un’altra famiglia, a sua madre che ha sempre da fare, agli amici per quali si sente trasparente, al fidanzato che vorrebbe amare e invece non sopporta – ma non ci riesce, sempre incastrata in emozioni contrastanti. Parla soltanto con se stessa, col suo doppio, Ginevra, che è sempre pronta a sottolineare le inadeguatezze di Blu. E ha l’arte come unica possibilità di esprimersi. Ma quando viene in contatto con una performer che le fa conoscere una nuova forma di arte, quelle ossessioni tenute a bada a fatica dal personale sistema di rituali e gesti compulsivi sembrano esplodere e coagularsi attorno all’artista e alla sua arte, fino a farsi nuova ossessione ancora più opprimente. Sempre in bilico in un equilibrio precario, Blu e il suo doppio, che convivono senza mai trovare armonia, arrivano a confondersi, e per Ginevrablu tutti i piani – reale e immaginato, passato e presente, buono e cattivo, amore e morte, sesso e sentimento, arte e vita – si fondono e si confondono. La funzione salvifica dell’arte non c’è più, non porta più alla liberazione dell’essere alla ricerca di una strada per emergere e non scoppiare o implodere; per Blu il percorso si fa ancora più accidentato e pericoloso. L’arte da sola non basta più, è necessario qualcuno che la capisca ma nessuno può farlo se nessuno conosce ciò che si agita dietro la sua timidezza. Le ossessioni della protagonista ricordano da vicino le ansie di ogni adolescenza, e se il suo sdoppiamento di personalità e il suo comportamento ossessivo compulsivo sono patologici con tutti quei pensieri intrusivi e devastanti, non lo è affatto il percorso doloroso che conduce alla consapevolezza e alla scoperta – quindi alla accettazione – dei propri limiti fino al superamento, almeno parziale, delle proprie inadeguatezze. Il ritmo sincopato all’interno del flusso di coscienza della narrazione, accentuato stilisticamente dall’assenza di una divisione in capitoli, l’uso non convenzionale della punteggiatura e di altri espedienti linguistici, ovvero ripetizioni, ricordi frammentati, sovrapposizione di pensieri – “come parla quel tipo di ossessione?” dice di essersi domandata l’autrice -, già presenti nel romanzo precedente e fondamentali nella scrittura di Tribuiani, il registro espressivo a tratti martellante, completamente a servizio delle emozioni, la scrittura frammentata, spezzata, rendono questa lettura spiazzante per il lettore, che, soprattutto all’inizio, è spaesato dall’uso della seconda persona. Il narratore, ovvero l’ossessione, “la voce del disturbo ossessivo compulsivo, ha (quasi) sempre la parola e la mantiene con una decisa seconda persona, […] una voce che sento molto mia”. In questa storia ci trova trascinati da subito in mezzo ai pensieri claustrofobici di una adolescente talentuosa ma prigioniera di se stessa, in un percorso asfissiante, delirante e angosciante verso la catarsi che lascia il lettore con il fiato sospeso fino alla fine. Qualcuno ha trovato questa lettura troppo dolorosa e spietata, ma probabilmente questo è un pregio del romanzo. Come accadeva in Guasti, altra protagonista è l’arte, anche qui declinata in un senso per nulla classico. Il mondo che Blu scopre e che sente suo è quello dell’arte performativa, che alla maggior parte di noi è nota soprattutto grazie a Marina Abramovič. Dell’arte contemporanea a lei cara – ha detto Giorgia Tribuiani – la colpisce il paradosso che “se da un lato si presenta materica e fa uso anche del corpo, dall’altro è concettuale, simbolica, fuggevole”. Sembra una definizione che si attaglia perfettamente anche alla sua scrittura, nella quale forma e contenuto sono inscindibili. Come ci ha raccontato in una bella intervista – ma appare evidente anche al lettore che avverte la profonda e dolorosa immersione dell’autore nel personaggio -, c’è qualcosa di molto personale in questa storia. Da bambina, ha raccontato, decise di chiamarsi Rosa quando era buona e Giorgia quando era cattiva, “Io credo di averlo intravisto quel baratro in cui Blu a un certo punto inizia a sprofondare, ed essermi tirata indietro in tempo”. Non è affatto un caso, quindi, la citazione in esergo di Antonin Artaud, per il quale il teatro – e quindi l’arte e, per estensione, la scrittura – non è rappresentazione ma coincide con la vita stessa; Artaud ha raccontato anche l’ineluttabile frantumazione del pensiero nella parola articolata. Proprio come avviene nella scrittura di questo romanzo. Una scrittura che serve “non necessariamente per cambiare vita ma magari per rendere un ricordo più accettabile”, con l’obiettivo di “provare a prendere il proprio dolore e la propria disperazione per cercare di convertirle in bellezza a beneficio di altri”. E ancora, “In questo libro sono contenuti il mio desiderio di perfezione e di purezza, l’incapacità di fonderle, l’ossessione di difenderle, e poi i faccia a faccia con la colpa e il senso di colpa, e la preghiera rivolta all’arte affinché salvi, lenisca almeno un po’”. I lettori di Blu hanno messo l’accento su tematiche differenti, c’è chi ne visto il focus nel disturbo ossessivo compulsivo, chi nella funzione dell’arte performativa, chi nel complesso processo di crescita. Questo accade quando una storia ha tanto da dire, a volte persino al di là degli intenti dell’autore. Questo romanzo denso e sfaccettato è stato finalista nella categoria Narrativa Under 35 del Premio Flaiano, ha i diritti cinematografici opzionati e continua a ricevere apprezzamenti di pubblico e critica, che riconosce in Giorgia Tribuiani una voce unica tra le più originali della sua generazione.

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