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Blue Nights

Blue nights

26 luglio 2003. Nella cattedrale di St. John the Divine, in Amsterdam Avenue, si celebra il matrimonio di Quintana con Gerald. Lei cerca (invano) di sistemarsi i fiori tra i capelli, si cala il velo sulla testa, sussurra “Avanti, facciamolo” e si incammina seguita da due bambine fino all’altare maggiore. Dopo la cerimonia, c’è un rinfresco nella canonica della chiesa. Tramezzini al cetriolo e crescione, una torta color pesca di Payard, champagne rosé. Tutte scelte rigorosamente di Quintana, scelte sentimentali che risalgono a molti anni prima. I tramezzini sono quelli che le erano piaciuti tanto il giorno del suo sedicesimo compleanno; le ghirlande di fiori le ama da quando – avrà avuto quattro o cinque anni – gliene misero al collo una a Hononulu; i gelsomini del Madagascar crescevano fuori delle porte-finestra della casa di Brentwood Park, in cui ha abitato con i genitori adottivi Joan e John dal 1978 al 1988… 26 luglio 2010. Joan ripensa a quel matrimonio di sette anni prima e ricorda come sembrassero giovani e in buona salute John e lei. Beh, non era vero. Nei mesi precedenti suo marito si era sottoposto a una serie di interventi chirurgici al cuore e sfoggiava un pacemaker nuovo di zecca; lei invece tre settimane prima del matrimonio era svenuta per la strada e aveva passato parecchi giorni ricoverata in Terapia intensiva al Columbia Presbyterian per un’emorragia gastrica della quale non si riusciva a individuare la causa. A ogni modo il matrimonio andò bene, ma le tragedie erano solo rinviate, purtroppo. Prima che quel maledetto 2003 finisse, Quintana si sarebbe ammalata di polmonite e sarebbe finita in coma per uno shock settico e John il 30 dicembre – proprio durante il ricovero di sua figlia – sarebbe morto per un infarto fulminante mentre era a cena. Quintana sarebbe uscita dal coma, è vero, ma solo per imboccare una strada piena di problemi di salute molto gravi e di disgrazie che l’avrebbe portata alla morte venti mesi più tardi…

“Cominci a notarlo quando aprile finisce e inizia maggio (…) all’improvviso l’estate sembra vicina, una possibilità, o meglio una promessa. Passi davanti a una vetrina, t’incammini verso Central Park e ti trovi a nuotare nell’azzurro: la luce è azzurra, e nel giro di un’ora questo azzurro s’infittisce”. Quella che i francesi chiamano “l’heure blue” è il suggestivo fenomeno atmosferico che dà il titolo a questo dolente memoir datato 2011 di Joan Didion, che spiega questa scelta spiegando di averlo scritto in preda a pensieri cupi, “concentrati sulla malattia, sulla fine della promessa, l’affievolirsi dei giorni, l’inevitabilità della dissolvenza, la morte del fulgore”. E del resto come avrebbe potuto essere altrimenti, visto che in questo libro si affronta il più spaventoso dei dolori che possa toccare ad un essere umano, la perdita di un figlio, culmine di una serie incredibile e crudelissima di disgrazie? Visitando Los Angeles dopo il funerale del padre John (che era stato ritardato per mesi per consentirle di uscire dal coma farmacologico in cui era stata tenuta a causa di una sepsi), Quintana Roo infatti fu colpita da una grave emorragia cerebrale, per la quale dovette subire una lunga operazione chirurgica. Dopo essersi ripresa nel 2004, morì di pancreatite acuta il 26 agosto 2005, a soli 39 anni. Tre eventi acuti gravissimi in meno di tre anni, un record nefasto per la sfortunatissima figlia adottiva della scrittrice, che in Blue nights viene ricordata dalla madre con accenti commossi – e ci mancherebbe! – e con un rispetto che sconfina nell’ammirazione. Gonfio d’amore e di disperazione come il pianto che strozza il cuore di ogni essere umano davanti a un lutto simile, il libro è scritto magnificamente ma è anche una lettura terrorizzante, dolorosa, che ti lascia addosso un senso di minaccia incombente che svanisce solo dopo settimane. Maneggiare con cura.