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Bolle di sapone

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Il quindici febbraio del 2020 tutto è ancora normale: gira qualche voce, qualche cosa si sta muovendo ma ancora non si capisce bene cosa. Massimo Viviani, “barrista” e socio fondatore del BarLume a Pineta, va a prendere la sua mamma in aeroporto. Loro si vedono poco ma, fra un cantiere e l’altro in ogni angolo di mondo, la Gigina una scappata a salutare figlio e genitori ogni tanto la fa. Fra l’altro Massimo e il vicequestore con cui è fidanzato hanno appena comprato casa; vuoi che mamma - ingegnere e appena un filino maniaca del controllo - non si offra di dare una mano per la necessaria ristrutturazione? Alice è in Calabria per ragioni di servizio e poi c’è anche l’Ampelio in ospedale – galeotta la Nutella e complice la golosità, è caduto rompendosi un femore – e, insomma, con un babbo di novant’anni e quella strana e indefinita preoccupazione nell’aria, magari serve una mano. Perché perdere tempo, allora. Tilde, la nonna di Massimo, in casa non ce lo vuole, mica perché abbia smesso improvvisamente di volergli bene, ma ad averlo lì si sentirebbe come se avesse un badante e, onestamente, a ottantotto anni lei non ne ha bisogno. Di certo il nipote la intralcerebbe nelle infinite operazioni di cucina che le occupano la giornata. In tre giorni però la situazione, notizie frammentarie relative a un virus che sarebbe cattivissimo, precipita, al punto che Torino - Parma è rinviata causa Covid. Poi quella parola che ha colpito tutti a tradimento il 9 marzo. Lockdown. Massimo e Tiziana al bar (che per inciso ormai di bar ha solo il nome) studiano strategie di marketing per ovviare alla imposta mancanza di avventori e degli arzilli frequentatori abituali - quelli che insieme fanno una cifra di anni a tre numeri parecchio alta, quelli che se per caso ti sentono starnutire devono scoprire come e perché hai preso il raffreddore e come niente scoprono che nella notte in cui è stato ucciso tizio, guarda caso tu eri in giro per giunta vestito leggero e trovano modo di far intervenire la polizia che scoprirà un antico odio fra te e la vittima. Causa forza maggiore, anche loro imparano a usare i tablet e gli smartphone, ovviamente trasformando un nulla in una sgangherata ma impeccabile indagine…

Nonostante la precisa e convinta intenzione di non leggere niente che fosse ambientato nei mesi neri che sono stati quelli del lockdown, quelli in cui chi ha avuto abbastanza buonsenso da non trasformarsi in virologo ascoltava un po’ sgomento le notizie, gli speciali, gli approfondimenti e soprattutto i numeri della pandemia, ecco che in libreria arriva “un Malvaldi coi vecchietti”. Impossibile non farsi tentare dal nome dell’autore, che è sempre una garanzia, e, anche questa volta, lasciarsi tentare è stata un’ottima idea. Un romanzo breve – ahimé, forse troppo – in cui il chimico toscano tocca nervi ancora scoperti, ma lo fa con un tocco da maestro, con una precisione più che chirurgica. Nella storia non mancano tutte le limitazioni che abbiamo conosciuto durante il lockdown, mitigate da quello che forse è mancato un po’ a noi gente normale e non personaggi di un romanzo, ovvero quella leggerezza che Calvino sottolineava non essere superficialità. C’è il racconto delle file davanti ai supermercati, la follia culinaria che ha investito tutti, c’è l’orrida abitudine che ha attanagliato quasi tutti di lasciare gli abiti nell’armadio per usare comode tute, tutine e tutoni, ci sono le torte e i mangiarini che piano piano hanno fatto lievitare la maggior parte di noi, non mancano nemmeno le scuse più improbabili usate per uscire nonostante i divieti. E c’è la paura. Quella che si è cercato di ignorare ma sempre presente, quella che hanno provato soprattutto gli anziani, bersaglio preferito (almeno all’inizio) del Coronavirus, e i fragili che sanno di esserlo nonostante fingano di no. Soprattutto però quello che c’è è la cura che ognuno (o quasi), si è preso dei propri cari condividendola. E anche se nel libro non ci sono - e se ci fossero probabilmente sarebbero sbeffeggiati dalla linguaccia toscana -, è facile andare col pensiero a quelle lenzuola appese ai balconi da cui si cantava assieme per esorcizzare la paura. L’Ampelio in ospedale è la scusa perfetta per ringraziare quegli infermieri medici e OSS che hanno dato tutto quello che potevano, e per mettere in evidenza le carenze con cui si sono trovati a confrontarsi. La dedica è a tutti quelli che hanno un bar o un ristorante e a chi ci lavora ed è un grazie che si sente in ogni pagina, ma il capolavoro - vorrei davvero osare il termine - è nel finale, un colpo di scena inimmaginabile che lascia con un groppo in gola. Perché? Provate a scoprirlo, regalandovi questa lettura.