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Boosta Pazzesca’s Lavoretti

Boosta Pazzesca’s Lavoretti

È passato un anno da quando abbiamo lasciato Bruna Palletta, alias Boosta Pazzesca, che arrancava dietro al bus 776, l’unico collegamento tra il Laurentino 38 e il resto del mondo. Bruna, borgatara ventiquattrenne neolaureata in Scienza della comunicazione, il suo quotidiano da smazzare e “tutta una vita davanti” a costituire speranza e compensazione per tutte le delusioni giornaliere di una “quarcosista frilenz” sballottata tra coll senter, volantinaggio e imprese di pulizie. Ad osservarla arrancare c’era Carlo, “l’autiere” del bus, quello che studiava astrofisica. Carlo ora ha trovato il lavoro che voleva: in Svizzera, al CERNIA di Ginevra. E Bruna? Bruna sta ancora al Laurentino 38 barcamenandosi alla bene e meglio e facendo ogni tanto il punto della situazione con le amiche Sharon e Marusca tra panchine di quartiere e sleppe di pizza del fornaio. Dopo tanti “Lavoretti” e “Lavoracci” ci si affaccia, Laurea in tasca, sul mondo del lavoro, quello vero, quello che potrebbe consentire di raggiungere le legittime ambizioni. Ma come fare se nel frattempo sei costretta ad altri lavoretti per tirare avanti? I lavoretti... quelli che messi tutti in fila consentono di scavallare la soglia di povertà a condizioni inaccettabili. E anche di non avere tempo per altro. Tipo vivere, per esempio. Bisogna sforzarsi (ancora?) per conciliare lavoretti e stage (tutti a gratise), master (a pagamento) per far parte della pletora dei “laureati e masterizzati” con l’ennesimo attestato. Intanto vai di raider cercando di non perdere la fiducia nel futuro neanche quando ti ritrovi il tuo vecchio professore di chimica che, scatolone termico in spalla, pedala e porta pizze come te, all’età sua... (“ma come chimico nun je conveniva entra’ ner cartello daa droga come quello de Breching Bred?”). Bisogna adeguarsi ai tempi quick and smart, all’offerta del mercato elastico e flessibile che gestisce con un’App pure i supplì: “Prenota quando vuoi! Ordina quello che vuoi! Tanto ‘no stronzo che tte porta ‘a pizza a casa ce l’avemo sempre”...

Partiamo dalla fine. In coda al romanzo/cronaca/reportage c’è una Bonus track intitolata L’importanza de esse Giusy, nella quale “Giusy” non è altro che la storpiatura o fraintendimento del termine Choosey, quello che la Ministra Fornero utilizzò per invitare i giovani precari a non essere schizzinosi nel lavoro. E glielo vai a dire a Bruna? Eccola qua Bruna, sempre meno schizzinosa ma incapace di distogliere il suo sguardo profondo e candido sul panorama ripugnante che costantemente insulta la sua dignità. La ragazza contrappone la propria capacità di voler vedere illuminati gli angoli bui, ma le cose le capisce, eccome. E ce le sa raccontare, giorno per giorno per giorno... Per chi non conoscesse il personaggio, Boosta è una figura che dopo essersi conquistata uno spazio su social e riviste, ha esordito nell’editoria libraria nel 2019 con Boosta Pazzesca-Tre metri sotto er Laurentino P38, offrendo una panoramica amaramente divertente presa dal punto d’osservazione di una qualunque ragazza di periferia, ingenua e disincantata, ottimista e rassegnata, resiliente e moderatamente incazzata. Non poteva finire lì. C’era da aspettarsi questo degno seguito e c’è da aspettarsi ancora e ancora altri resoconti in divenire delle avventure di Boosta nella vita. Le sue considerazioni vere e necessarie ci tengono ancorati al suolo senza per questo fuggire dagli ideali e da quell’innato senso di giustizia che Bruna non riesce a scrollarsi di dosso in alcun modo. Come nel precedente libro, lo sguardo della protagonista sullo stato delle cose, risulta più efficacie di una geremiade autoreferenziale o di un trattato sociologico. Eppure un appunto amorevole e costruttivo glielo devo fare a questa ragazza che, rispetto al libro precedente, ha cambiato un po’ linguaggio: A Bru’, che t’è successo?! Quello che era un incedere ibrido di italiano-romano-borgataro con qualche gergalismo risulta stavolta sporcato da qualche italianismo fuori luogo. Italianismi un po’ incongruenti nella costruzione delle frasi (le congiunzioni eufoniche, la coniugazione al femminile “le ho detto” seguita da un verbo tronco “le ho detto de anna’”) che suonano maluccio. Anche parlando in italiano, un romano non dirà mai “Ma io la capisco, la sua costernazione”, psicologicamente sarà portato a dire “Ma io la costernazione sua la capisco pure”. Un po’ più d’attenzione all’udito della mente. Parafrasando Manzoni sarebbe stata opportuna una sciacquatina in Tevere. Anzi, visto il personaggio, era mejo daje n’antra sporcacciata a la marana...

LEGGI L’INTERVISTA A BOOSTA PAZZESCA