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Brutalismo

brutalismo

Dall’Africa, ovunque. Prima, ora e poi. È in corso un indubitabile cambiamento epocale, ma anche di condizione, generato dalle trasformazioni della biosfera e della tecnosfera. Il concetto di brutalismo viene evocato per il tramite del pensiero architettonico ed è usato come categoria politica, serve a descrivere un’epoca caratterizzata da tre elementi principali (calcolo computazionale, economia neurobiologica, processo di carbonizzazione) e posseduta dal pathos della demolizione e della produzione, su scala planetaria, di riserve di oscurità. Il brutalismo è il processo di estromissione ed evacuazione degli individui e delle sostanze organiche, con cui il potere in quanto forza geomorfologica oramai si sostituisce, si esprime, si riconfigura, agisce e si riproduce attraverso le tecniche politiche della fratturazione e della fessurazione, dell’esaurimento e della deplezione. Le risorse e i corpi vivi sono appunto esposti all’esaurimento fisico e a ogni tipo di rischio biologico, talvolta invisibile (intossicazioni acute, tumori, anomalie congenite, problemi neurologici, disturbi ormonali). Il codice maestro viene dal passato coloniale (quando l’Europa trasferì la propria parte di tenebra sull’inesistente soggetto “negro”) ed è l’universalizzazione della relativa condizione negra, la continua demolizione delle persone, delle cose, dei sogni e della vita a partire dal contesto africano moderno, nella direzione di “divenire africano del mondo”. La trasformazione dell’umanità in materia ed energia è il progetto finale del brutalismo, occorre allora che si possa insieme impegnarci, invece, a favore di una nuova coscienza planetaria, di una politica della riparazione e della rifondazione di una comunità umana solidale con tutti gli esseri viventi…

Il noto apprezzato filosofo camerunense, docente universitario di Storia e Scienze politiche, Achille Mbembe (1957) ha scritto un altro stimolante saggio sul postcolonialismo e sul riordino delle relazioni globali, individuali e internazionali. La “riparazione” si oppone al brutalismo (del titolo) e richiede, pertanto, la rinuncia a forme esclusive di appropriazione, il riconoscimento che esiste l’incalcolabile e l’inappropriabile e che, di conseguenza, non ci può essere possesso e occupazione esclusivi della Terra. Lo motiva con otto colti intensi capitoli, dedicati soprattutto ai brutali fenomeni in corso: la combustione del mondo; il dominio universale ovvero il nuovo colonialismo; la fratturazione ovvero la frontierizzazione esasperata; l’animismo e la visceralità; il virilismo ovvero il maschilismo della pulsione eiaculatoria; i corpi-frontiera del neomalthusianesimo; le circolazioni vietate ovvero l’umanità nelle gabbie contratte della sedentarizzazione difficoltosa e dell’isolamento forzato; le comunità dei prigionieri (spesso ingannati e immobili); per concludere con una comunque possibile “umanità potenziale” che guardi alla “politica del vivente”. Le conclusioni partono dal vilipeso tradito articolo 13 della Dichiarazione universale sulla libertà di movimento: oggi “la Terra non appartiene più a tutti e, allo stesso tempo, non c’è quasi nessuna casa propria a cui tornare. Tutto si riduce al calcolo, Non esistono più diritti duraturi. Tutti i diritti sono revocabili”. Pensiamoci bene, per quanto il testo sia di non facile lettura e a tratti sapientemente ideologico (con tanti “ismi” e frequente sostantivizzazione concettuale di lemmi). Note bibliografiche a piede di pagina e significativo ricchissimo indice finale dei nomi delle personalità citate.