Salta al contenuto principale

Brutta

Brutta

Il tavolo di un ristorante, un uomo e una donna. Come stesse parlando del meteo, la moglie dice al marito che lo lascia. Lui evidentemente pensa a uno scherzo - per quanto di cattivo gusto - e risponde più o meno allo scherzo, poi si accorge che lei è serissima e com’è normale chiede, vuole capire cosa sia accaduto. Non hanno figli, non hanno problemi, lei gli è sempre sembrata felice. Molto semplicemente e fermamente la donna gli comunica che lo trova brutto, fisicamente inavvicinabile. Il marito non capisce, insiste facendo domande sempre più precise, cercando di individuare cosa sia accaduto a sua moglie, l’unica fra tutte le sue amiche - ci tiene a precisarlo - ad essere fisicamente appagata, così almeno gli risulta. Lei conferma che è così ma che non è quello il punto, ammette di essere stata fortunata, ha un marito che ha sempre adempiuto ai suoi doveri con piacere, suscitando anche l’invidia delle amiche che si lamentavano della “pochezza” delle performance sessuali dei loro partner. I toni inevitabilmente si alzano, sembra quasi che lui voglia andarsene ma no, ritorna e riprende a chiedere. E poi parte al contrattacco in una lite senza urla, o comunque a voce non troppo alta, c’è solo la cattiveria che a turno si infliggono, il tornare sui suoi passi di lui – è quasi sempre il lasciato a fingere di accettare e poi tornare a implorare – la fermezza di lei che ogni tanto sembra vacillare ma si riprende subito. Chi sia il ferito fra i due alla fine non sarà affatto chiaro. Un amore che finisce, per qualsiasi ragione, lascia scie di dolore di rabbia di lutto...

Un testo tanto semplice nei dialoghi e nell’ambientazione quanto profondamente e crudelmente bello nel suo complesso. Una rappresentazione plastica di come nell’intimo delle persone si scatenino le reazioni più disparate all’accadere di determinati fatti, a fronte di una “giustificazione” oggettivamente non comprensibile per la fine di una storia, peggio ancora per un matrimonio ventennale, in cui non ci sono figli e che quindi si è retto fino a quel momento sul solo piacere/desiderio di stare insieme. Nessun dovere se non quello imposto dal sentimento. Come si può accettare passivamente la fine di un rapporto? Perché questo traspare dalle prime battute. Che sia incredulità o shock la reazione iniziale del marito è passiva: certo cerca di capire, pone domande, anche perché la “motivazione” per cui la donna gli dice di volerlo lasciare è qualcosa che può significare solo due cose, che è impazzita oppure che ha mentito per tutta la durata del matrimonio. Un atto unico in cui l’autrice - che ricordiamo è drammaturga polistrumentista regista e filosofa - mette in scena praticamente tutto quello che passa nell’animo sia di chi lascia che di chi è lasciato. Lame più taglienti di un rasoio feriscono a turno. I continui e improvvisi cambi di tono lasciano spiazzato il lettore/spettatore, senza cambi di scena ma affidandosi solo alle parole. Tutto quello che abbiamo letto fino a quel punto diventa qualcos’altro, di completamente diverso. Diventa quello che almeno una volta nella vita tutti abbiamo provato da un lato o l’altro della barricata. Il dramma è una davvero perfetta rappresentazione di uno dei sentimenti più complessi al mondo, vincitore nel 2019 del Premio Sipario. La seconda parte del libro, scritta da Dino Villatico, esamina la vicenda in modo assolutamente interessante con rimandi alla lirica a letteratura e a filosofia, spiacevole solo che dia per scontata una delle opzioni – relative ai perché di quanto narrato, che invece la pièce lascia alla sensibilità di chi legge (o assiste alla rappresentazione).