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Bucanieri

bucanieri

A Saratoga, Stato di New York, durante la stagione delle corse dei cavalli, i gentiluomini in cilindro e finanziera sorseggiano limonata per contrastare i trenta gradi e fumano grossi sigari. Su una fila opposta di sedie, “signore e fanciulle aspettavano indolenti il loro ritorno, in una sonnolenta atmosfera di ventagli appena smossi”. Fra queste, la signora St. George, che ha davvero molto tempo libero per concedersi ricordi ed elaborare disapprovazioni sui tempi attuali, quella domenica riflette sulla moda. Tutto è decisamente cambiato da quando le crinoline sono state sostituite dalle tournure, impalcature di stecche a reggere e gonfiare il retro dell’abito. L’ansia della dama si concentra irrimediabilmente sul destino delle due figliole: Jinny e Nan, ovvero Virginia, che spicca per le doti estetiche, e Annabel, notevole per la personalità. Il debutto in società di Virginia si era compiuto con quello di Lizzy, figlia degli odiosi Elmsworth. A differenza della sorella minore, bruttina, Mabel, Lizzy Elmsworth aveva tutte le carte per diventare un “futuro pericolo”. Per cosa? Ma per un buon matrimonio, ovvio. O meglio, per il miglior matrimonio possibile, quello “transatlantico”. La signora St. George allora passa settimane intere a elencare i pregi delle ragazze in lizza (inclusa Conchita Closson, di origine brasiliana e dall’insolita carnagione scura). I suoi sono pensieri che “come torpidi pesci si aggirano tra le pareti uniformi di un acquario troppo piccolo”. Sarà davvero il matrimonio la strada per l’unica possibile felicità? Le scelte individuali sono sempre consapevoli e capaci di cambiare la società o è soltanto un’illusione?

Il titolo è audace. Alla classica definizione di bucanieri, i classici (e da tempo nuovamente di tendenza) pirati dei Caraibi, Edith Warthon accosta un gruppetto di fanciulle che Proust definirebbe “in fiore”. Ragazze in età da marito, dunque, desiderose di accaparrarsi un bottino sociale assai ambito: oltre allo sposo, il relativo status sociale ed economico. Vengono dagli Stati Uniti e scuotono l’Inghilterra, con una calata simile ad un’esuberante, chiassosa invasione. Brillante e vivace, la prosa della Warthon - nonostante abbia lasciato incompiuto il romanzo, dopo averci lavorato durante gli anni Trenta del secolo scorso. In quei tempi complicati, fra due guerre e all’indomani della crisi economica più devastante, le vicende amorose di cinque adolescenti superficiali suonavano già démodé. Un po’ fuori tempo poteva apparire anche l’insistenza dell’autrice su temi già battuti, soprattutto con L’età dell’innocenza (che le era valso un premio Pulitzer nel 1922). Eppure, questa telenovela in bella scrittura continua ad affascinare i lettori (di più le lettrici, probabilmente), tanto che, dopo una trasposizione cinematografica del romanzo nel 1958, la vicenda torna come serie sulla piattaforma Apple TV. Con il titolo The Buccaneers, restano immutate trame e location; sono invece introdotte inedite interpretazioni per i personaggi ideati da Warthon. Le giovani protagoniste saranno infatti alle prese con temi di questo millennio: affermazione femminile, identità sessuale e personale. Non stupisce l’evoluzione: le eroine di Bucanieri avevano già nel romanzo il piglio e il carattere per affrontare i tempi moderni. Come rileva Sara Antonelli nella prefazione a questa edizione: si tratta di donne ricche di “passioni, opinioni e dubbi non canonici”, portatrici nell’intimità di una kantiana “legge morale” ma attorniate dal deserto, sole, in una specie di inevitabile esilio.