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Buio

Buio

1935. Una donna è in un sanatorio sul mar Baltico. In quel vivere alternativo, isolato, “nessuno sa più cosa sia vero”: realtà e finzione – normalità e anormalità – si fondono, almeno finché “una nota stonata” non viene a rompere quell’armonia imperfetta e artefatta. Allora, le anomalie degli ospiti del sanatorio – pronunciate con quei minacciosi nomi latini o tedeschi – ritornano a galla. Il dimenticarsi della propria diversità dura un attimo. Solo un attimo. “Più a largo vanno gli uomini, più strani sono gli esseri che pescano”. I pesci comuni si trovano appena sulla costa, a largo, invece, ci sono “fantasmagoriche creature”. La donna viene dimessa dal sanatorio e, accompagnata dal fratello Franciszek, torna a Varsavia, a vivere a casa di lui e della moglie Wanda. Ma è nel mondo “normale” che lei sente riaffiorare, prepotente, tutta la sua diversità. La vita vissuta si sovrappone a quella immaginata e immaginaria: la invadono i ricordi, l’infanzia smarrita, l’innocenza amata e, poi, perduta nella tenuta estiva di Buio. Piccoli flash – allucinazioni o ricordi? – si fanno strada nella sua mente: sono memorie o fantasie? Verità o menzogna? È proprio a Buio che è stata assassinata, anni addietro, la nota attrice Jadwiga Rathe, cui la protagonista misteriosamente somiglia. Lei sa di averla conosciuta, proprio lì, a Buio. Proprio poche ora prima che la sua esistenza venisse strozzata. E, allora, forse è lì che bisogna tornare…

Anna Kańtoch, una delle più interessanti autrici polacche contemporanee, con Buio viene tradotta per la prima volta in Italia. L’autrice si muove con la maestria di un’esploratrice veterana nelle pieghe della memoria umana, nella mente della protagonista che diviene un vortice in cui il lettore si lascia travolgere senza timore. È la realtà che viviamo a essere davvero reale, la verità che diciamo – o crediamo – di vivere, quella che ci raccontiamo per mettere a tacere il nostro animo e cullarlo nella materna nenia delle nostre presunte sicurezze? “I loro corpi avevano dovuto correggere immediatamente le imperfezioni del mondo che avevano creato a immagine di una realtà veritiera, umana”. Gli altri, i “normali” dimenticano la verità per sopravvivere. La cancellano. Si difendono come possono e creano un’altra verità, più nuova e sopportabile. E, allora, cosa è vero e cosa no? Anna Kańtoch imbastisce una rete straordinaria di sovrapposizioni temporali e spaziali che sottende un relativismo conoscitivo – un gioco di specchi tra realtà e irrealtà – degno dello stesso Pirandello. Mal si sopporta il male: o lo si dimentica o lo si altera, lo si trasforma… o si impazzisce. “Anche questo è il prezzo che si paga per diventare adulti: non riuscire più a ricordare i bei momenti, senza scordare cosa sia successo dopo”. Buio è stato definito un romanzo di formazione capovolto, antifrastico. I canoni classici sbandano, s’infrangono. Quello che era considerato sbagliato non lo è più. I generi si sovrappongono. Il mistero tiene sospeso il lettore su di un’altalena, nel “buio” dei meandri dell’inconscio della protagonista – ella stessa smarrita, desiderosa e timorosa di ritrovarsi. I contrari si sovrappongono fino a coincidere, un senso annulla l’altro e, insieme, lo fa esplodere in un’armonica polisemia. Tutto è niente, niente è tutto. Resta quel sapore dolce amaro d’inafferrabilità, che è proprio della nostra contemporaneità, d’un capolavoro contemporaneo, come dell’arte in genere: “quel mistero celebrato collettivamente”.