Tilda, un’architetta tedesca di origini italiane, arriva nel borgo abbandonato di Botigalli dopo aver acquistato una casa al prezzo simbolico di un euro. Per lei non è soltanto un trasferimento, ma una fuga. La morte improvvisa del padre e le conseguenze di un grave incidente professionale hanno frantumato la sua esistenza, spingendola a cercare nella solitudine della Sardegna una possibilità di rinascita. Botigalli si rivela subito un luogo inquietante. Arroccato tra le montagne della Barbagia, il borgo sembra sospeso fuori dal tempo: case vuote, vicoli silenziosi, il vento che attraversa le strade deserte come un sussurro carico di memorie. Guidata dall’agente immobiliare, Tilda percorre quello che appare come un cimitero di edifici, fino all’ultima casa della via, al numero 15. Il portone si apre con un cigolio profondo. Dentro, l’aria è fredda anche se non è stagione invernale. Le pareti sono ricoperte da carta da parati scolorita e scollata, il pavimento è segnato dal tempo. In cucina, nel lavello, sono accatastate pentole arrugginite e ricoperte di polvere. Le scale in pietra sono invase dalle piante, come se la montagna si fosse ripresa lentamente il suo spazio. Ovunque macchie scure, di muffa e umidità. Ogni stanza racconta decenni di abbandono. Quando Tilda chiede cosa sia accaduto agli abitanti, riceve risposte evasive. L’unica certezza è che nel 1982 l’intero borgo venne abbandonato e nessuno vi fece più ritorno. Nonostante tutto, decide di acquistare. L’idea della “casa a un euro” non nasce per caso. Dopo la morte del padre, un articolo trovato nel suo ufficio le rimane impresso: un altro borgo fantasma in Sardegna che offre case simboliche per essere salvato dall’abbandono. All’inizio pensa sia uno scherzo, poi approfondisce. Scopre che esistono davvero progetti di rigenerazione che riportano vita ai paesi disabitati, creando lavoro e turismo. Alcuni di questi luoghi diventano persino destinazioni visitate da pullman di turisti. Botigalli, con le sue circa cinquanta case isolate lungo la montagna e la sua posizione remota - lontana da spiagge, supermercati e servizi - non attira quasi nessuno. Eppure, è proprio questa promessa di isolamento a convincerla. Tilda desidera soltanto silenzio. Ma il silenzio di Botigalli nasconde qualcosa. Poco dopo il suo arrivo, iniziano a verificarsi eventi inspiegabili: porte che si aprono da sole, oggetti che cambiano posizione e rumori provenienti da case disabitate. Mentre il confine tra realtà e suggestione si assottiglia, Tilda comprende che il borgo custodisce un segreto sepolto nel tempo. Qualcosa che non è mai scomparso. Qualcosa che continua ad attendere…

Con Buio, Vera Buck costruisce un thriller che usa il mistero come strumento per raccontare qualcosa di più profondo: il peso della memoria, le conseguenze del silenzio e le ferite storiche mai rimarginate. Dopo Bambini lupo e La casa sull’albero, l’autrice tedesca torna ad esplorare l’oscurità dell’animo umano attraverso una storia che intreccia segreti familiari e colpe collettive. Il romanzo nasce da un accurato lavoro di ricerca e trova la sua forza non solo nella trama, ma soprattutto nell’atmosfera e nei temi che attraversano la narrazione. Intervistata da radio “RTL 102.5”, Vera Buck ha raccontato di essersi ispirata a due elementi ben precisi. Il primo è una delle pagine più oscure della Sardegna contemporanea. Quella descritta dall’autrice è una terra lontana dagli stereotipi turistici: aspra, selvaggia e bellissima, ma anche segnata da tradizioni antiche, superstizioni radicate e regole non scritte. Tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, i sequestri di persona rappresentarono una vera emergenza sociale e criminale. Persone facoltose, imprenditori e professionisti venivano rapiti e nascosti nelle zone più impervie dell’entroterra, mentre le famiglie cercavano disperatamente di raccogliere il denaro per il riscatto. Attorno a questi episodi si sviluppò un clima di paura che coinvolse intere comunità. La Buck non utilizza questa realtà come semplice sfondo narrativo, ma come strumento per riflettere sulle conseguenze che la violenza lascia nelle persone e nei territori. Come ha spiegato durante l’intervista, ciò che la interessava era comprendere “come il trauma e la paura abbiano modellato la percezione delle persone”. Accanto alla dimensione storica emerge un’altra importante fonte di ispirazione: la figura di Franca Viola, vissuta in Sicilia, in un’epoca diversa. Da questi due elementi nasce un romanzo che riflette sul rapporto tra individuo e comunità, tra verità ed omertà. La protagonista, Tilda, arriva a Botigalli convinta di poter ricominciare, ma scopre presto che dal passato non si fugge mai davvero. Nel tentativo di allontanarsi dai propri demoni, finisce per imbattersi in quelli di un intero territorio. Botigalli è molto più di un’ambientazione. Vera Buck ha dichiarato che i luoghi, nei suoi romanzi, devono assumere il ruolo di veri e propri personaggi, e qui il paese diventa il fulcro della storia. Le case abbandonate, la chiesa solitaria e le montagne circostanti sembrano custodire una memoria autonoma. È un luogo apparentemente morto che continua a vivere attraverso i suoi segreti. La vicenda ruota attorno alla strage che nel 1982 ha quasi cancellato il paese. Un evento che incombe sul presente e viene ricostruito gradualmente attraverso prospettive differenti. La tensione nasce proprio dal continuo confronto tra ciò che viene detto e ciò che viene taciuto. La narrazione alterna più voci e piani temporali con grande equilibrio. Nel presente seguiamo Tilda e il giornalista Enzo Piras, nel passato emerge invece la voce di Franca Di Nardo, che accompagna il lettore nell’estate del 1982 ed è probabilmente il personaggio più riuscito dell’intero romanzo. Franca incarna il coraggio della ribellione. È una giovane donna che rifiuta le regole patriarcali, si oppone al conformismo e sfida una mentalità omertosa. La sua storia diventa il simbolo di chi sceglie di parlare quando tutti gli altri preferiscono tacere. Non è un caso che proprio il silenzio sia uno dei temi centrali del libro. La Buck lo definisce “un tema importantissimo”, parlando di “silenzio imposto, silenzio collettivo, silenzio colpevole”. Una definizione che sintetizza perfettamente il comportamento dei personaggi e dell’intera comunità. Anche la superstizione assume un ruolo fondamentale. L’autrice ha spiegato di esserne affascinata perché emerge spesso “laddove la paura, l’incertezza e la memoria tramandata sono più forti”. Nel romanzo le credenze popolari non servono soltanto a creare atmosfera, ma aiutano a comprendere il modo in cui le persone interpretano il passato e convivono con esso. Vera Buck, con la sua scrittura evocativa, costruisce un thriller non basato sull’azione, ma piuttosto sull’attesa. Come suggeriscono le sue stesse parole: “Buio è una storia piena di cose non dette e di verità rimaste nell’ombra per molto tempo”. Ed è proprio quando quelle verità tornano alla luce che il romanzo esprime tutta la sua forza narrativa.