Attraversandola in direzione sud, Roma assume un aspetto più bucolico. A questo pensa Lorenza mentre, superata una zona resa parecchio triste dai resti di un circo dismesso – pali divelti, roulotte arrugginite, recinti aperti, tendone strappato – si avventura lungo una strada strettissima, costeggiata da canneti che hanno sicuramente visto giorni migliori. Alla fine raggiunge un cancello isolato e gigantesco, che sembra quasi l’ingresso a una città abbandonata e disabitata da tempo. Ad accoglierla, abbaiando e mordendosi tra loro, sei cani enormi che al galoppo circondano l’auto, mentre da lontano la voce di Virginia, prima ancora che la sua figura longilinea, le dà il benvenuto. Sono due anni che Lorenza e Virginia non si incontrano e l’amica, pensa Lorenza, sembra un’altra: fatica a scorgere nella donna che le bussa al vetro con le dita piene di anelli e i capelli biondi nascosti da una parrucca color cipria la sacerdotessa della saggezza, tutta ascesi, rinunce, yoga e tuniche in lino lunghe fino ai piedi. Virginia apre la portiera e abbraccia Lorenza, raggiunta da Giuseppe, ultimo di una lunga serie di “giovani incompresi”, pieni di talento, di cui di volta in volta si occupa e preoccupa, salvo poi disprezzarli e riempirli di improperi quando un nuovo devoto si affaccia all’orizzonte e Virginia è pronto ad accoglierlo sotto la propria ala protettiva. Docile e servile, Giuseppe riprende Lorenza – come se la conoscesse da sempre e non fosse la prima volta che i due si incontrano – che evidentemente non ha seguito le indicazioni di Virginia: quella che si sta tenendo in quel luogo è una festa a tema, in maschera. Neo-Flashdance o Antichi Romani. Almeno una tunica o un lenzuolo come toga avrebbe potuto indossarli! Lorenza, però, non ha raggiunto l’amica per partecipare alla festa, ma perché la mattina successiva è atteso in villa Leonardo Corelli Monteverdi, luminare nel suo campo. Lorenza non sta bene e serve un alchimista, più che un medico, per rimetterla in salute…

Affinché un romanzo funzioni occorre, tra le altre cose, che ci sia una buona tensione narrativa. E cosa, meglio dei conflitti e delle crepe del cuore, può creare la giusta tensione? Elisa Fuksas, scrittrice e regista, lo sa e ha progettato e scritto un romanzo in cui la protagonista Lorenza è un concentrato di insicurezze e ferite. Compagna di Alighiero e madre di due gemelle, gode di un certo successo professionale come cantante, ma non è del tutto soddisfatta e, soprattutto, il terreno su cui si posano le sue certezze, poche e confuse, è decisamente instabile e destinato a franare. Con esso, quindi, si sfaldano la sua vita di coppia, quella sociale e quella professionale. Le fratture metaforiche che la lacerano si concretizzano in una crepa reale che si apre nel salone di casa e comporterà un’ulteriore serie di difficoltà contingenti. Occorre correre ai ripari, quindi. Ecco quindi che nella vita di Lorenza si avvicendano diverse figure che hanno il compito di aiutarla a sanare le ferite, a cercarsi, a trovarsi, ad accettarsi, a perdonarsi. Fuksas è abilissima nel dare corpo e voce a un personaggio davvero credibile, ricco di contraddizioni e animato dal desiderio di dare nuova forma al proprio vivere, di cambiare per ricucire – o quanto meno rattoppare – gli strappi della propria esistenza. La strada non è semplice, si sa, ma percorribile, nonostante curve a gomito e tornanti. Ci vuole magari una spintarella da parte di qualcuno, e allora ben vengano i maestri dell’omeopatia, le amiche eccentriche e gli amanti ambigui. Divertente, ironico, profondo. Il romanzo racconta il vivere quotidiano e, soprattutto, lo stupore che è comunque nascosto anche in ogni giornata grigia o, peggio, nera. Basta solo andarlo a cercare e indossarlo, come il più elegante dei propri abiti.