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Buongiorno, mezzanotte

Buongiorno, mezzanotte

Parigi. Primi anni Trenta. Nella stanza d’albergo ci sono due letti. Il più grande è per madame, il più piccolo per monsieur. Sasha si trova lì da cinque giorni, ormai. Ha organizzato le giornate in modo meticoloso: un posto dove pranzare, uno dove cenare, uno dove andare a bere un bicchiere. La sera prima è stata una catastrofe. Era in un caffè quando una signora bruna sui quarant’anni e ben truccata seduta accanto inizia a canticchiare allegramente un motivetto malinconico. L’americano in compagnia della signora offre anche a lei un brandy; Sasha sta sorseggiando il drink quand’ecco che inizia a piangere. La signora s’impettisce: certo può capitare di sentirsi triste, ma non deve mai darlo a vedere in pubblico. La ragazza si precipita alla toilette. Guardandosi allo specchio, si domanda perché sia scoppiata a piangere: “Sono salva, all’asciutto, ripescata, quasi annegata, fuori dal fiume scuro e profondo, gli abiti in ordine, i capelli puliti, la messa in piega fatta. Nessuno potrebbe indovinare che ci sono stata dentro fino al collo. Sì, è vero, qualcosa rimane addosso per sempre, un non so che rimane sempre”. Quando ritorna al tavolino, l’americano e la signora sono scomparsi. Ma questo succedeva la sera prima. Ora, si trova sdraiata sul letto della camera d’albergo. Ripensa a Sidonie. Era appena tornata dal suo giretto attorno a Mecklenburgh Square e Gray’s Inn Road quando l’amica le dice che non può vederla in quello stato, che deve tornare a Parigi dove potrà comprarsi abiti nuovi. Sarà lei a prestarle i soldi e a trovarle una camera. Se la immagina, Sidonie, che gira in cerca di un albergo e pensa che questa sia l’atmosfera che faccia per lei. Dio, ancora stanze buie e tende rosse. Osserva i puntolini neri sulle pareti. Non è la stagione delle cimici: i puntini sono tracce di umidità, non insetti. Sul tavolino, una bottiglia di acqua Evian e un tubetto di Luminal. Ne prende un po’ e scivola in un sonno carico di sogni allucinati e inquieti...

Il romanzo semi-autobiografico di Jean Rhys Buongiorno, mezzanotte, pubblicato per la prima volta nel 1939, è un piccolo gioiello di letteratura modernista per stile e temi affrontati. La scrittrice, nata nell’ex colonia britannica della Dominica, con una sintassi ellittica, ricca di monologhi interiori, flussi di coscienza e dislocazioni temporali, affronta uno dei principali temi del Novecento: il senso di alienazione. La protagonista sente di non appartenere mai davvero ad alcun luogo, sentimento con cui Rhys convisse per tutta la vita a causa delle sue origini. La giovane, priva di solidi legami o punti di riferimento e senza uno scopo preciso, vaga, spesso di notte, in una ebbra flânerie per le rue e i caffè di Parigi riempiendo la giornata con piccoli impegni – comprare un cappello, tingersi i capelli, andare al cinema – e incontrando una carrellata di personaggi spesso più alienati di lei. Lo straniamento della giovane è inoltre conseguenza dell’essere donna e priva di sicurezza economica in una società patriarcale, maschilista e dominata da valori borghesi. Il titolo, che riprende il primo verso della poesia di Emily Dickinson posta in epigrafe al romanzo, suggerisce come la narrazione rispecchi la visione della poetessa americana in cui l’io lirico femminile è costretto ad abitare la notte perché rifiutato dall’uomo diurno. Più volte Sasha nel corso del romanzo verrà sopraffatta verbalmente, psicologicamente e fisicamente da uomini che la definiranno cretina, sale vache (lurida vacca) o cérébrale ossia “una che ama solo se stessa e il suo dannato cervello o ciò che lei pensa sia il suo cervello”. Il titolo suggerisce inoltre la polarizzazione di dicotomie quali giorno-notte, uomo-donna, vita-morte, passato-presente, polarizzazione che struttura il romanzo. La stessa Sasha appare al contempo giovane e vecchia, brillante e sciocca, promiscua e casta, madre e non-madre spaccata schizofrenicamente in due tra ciò che è e ciò che la società vorrebbe che fosse. La profonda conoscenza letteraria di Rhys appare anche in conclusione del romanzo, dove l’autrice riprende il celebre “sì” del monologo di Molly Bloom alla fine dell’Ulisse di Joyce – romanzo simbolo del Modernismo – e lo reinterpreta secondo un’inedita e personale prospettiva.