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Cadavere squisito

Cadavere squisito

Andrew Compton è rinchiuso nel carcere di Painswick per aver ucciso, tra il 1977 e il 1988, ventitré ragazzi e giovani uomini. La scelta delle vittime non è mai stata casuale. Sceglieva sempre gente di passaggio, gente senza amici, generalmente drogata o ubriaca che avrebbe fatto di tutto per un letto, un piatto caldo o un po’ di roba. La dinamica era quasi sempre la stessa. Li stordiva con l’alcol, approcci sessuali più o meno spinti e poi si lavorava di coltello e di rasoio. La ragione di tali uccisioni è puramente estetica. A Compton piacciono i corpi delle sue vittime, bellissimi oggetti da tenere con sé e con i quali giocare finché l’odore di decomposizione non diventa tanto nauseante da insospettire chi ha intorno. Non è semplice gusto per la mutilazione e la tortura, ma è una sublimazione del rapporto tra eros e thanatos. L’amore e la morte che si saldano insieme, un’orgia di tessuti e fluidi corporali dei quali inebriarsi. Un amore schietto e sincero per la morte. Del resto anche lui da piccolo amava fingersi morto, e ciò gli portava in dono un’eccitazione che nessun rapporto sessuale è mai stato in grado di dargli. Al processo lo hanno definito necrofilo e, pur avendolo fatto per calcare la mano sull’efferatezza dei suoi crimini, in realtà gli hanno dato una definizione che lo riempie di orgoglio ogni volta che ci pensa. Lui è davvero amico dei morti, ci tiene a tal punto da volerne sempre di più e tutti per sé. Il suo chiodo fisso in carcere infatti non è il pentimento, ma la sua voglia di uscire da lì e di sedurre ancora qualche ragazzetto sbandato, promettendogli questo e quello prima di ucciderlo e amare il suo corpo cristallizzato nella morte. Serve un’idea per evadere e chissà che le sue empiriche ma impareggiabili conoscenze sull’anatomia umana non possano venirgli in soccorso...

Quando uscì per la prima volta nel 1996, questo romanzo ha messo in chiaro che Poppy Z.Brite (pseudonimo di Melissa Ann Brite, oggi Billy Martin dopo aver completato il suo percorso transgender) era destinato a diventare uno dei nomi di punta della letteratura horror made in USA. Noto in Italia perlopiù agli appassionati del genere, l’autore sta ottenendo nuova visibilità grazie alle pubblicazioni della casa editrice Independent Legions, sempre molto attenta a pubblicare e ripubblicare scrittori che da noi non hanno avuto particolare fortuna editoriale tra edizioni fuori catalogo, operazioni commerciali non andate a buon fine e un certo snobismo di fondo che per anni ha coinvolto le parti “nobili” dell’editoria di casa nostra. Fortunatamente, la riscoperta delle opere cosiddette “di genere”, sia nel cinema che nella letteratura, ha donato una seconda giovinezza a diversi prodotti e Cadavere squisito ne è uno dei più autorevoli rappresentanti. Liberamente ispirato alle gesta del “cannibale di Milwaukee” Jeffrey Dahmer, responsabile di 18 omicidi particolarmente efferati contemplanti cannibalismo, necrofilia e violenza sessuale, questo romanzo ha come protagonista il serial killer Andrew Compton, evaso dal carcere londinese di Painswick dopo aver finto la propria morte e diretto oltreoceano, più precisamente a New Orleans. La nota città della Louisiana, già famosa per il suo crogiolo culturale, è l’ambientazione principale del romanzo ma, pur rimanendo vivi gli scenari Southern gothic, siamo ben distanti dalle suggestioni vampiresche di Anne Rice e dai drammi familiari di William Faulkner e Flannery O’Connor. La New Orleans descritta da Brite (soprattutto il Quartiere francese) è una città lasciva e malfamata, pulsante di musica industrial e abitata da una scena gay particolarmente cupa, funestata da dipendenze varie e dallo spettro dell’AIDS. In questo scenario degno di un album dei Coil – la miglior colonna sonora da abbinare a questa lettura – oltre al già citato Compton, si muovono gli altri tre co-protagonisti della vicenda: il giovane Tran, ripudiato dalla famiglia per la sua omosessualità e perennemente in fuga; il sinistro Jay, perverso omicida al pari di Compton e il rabbioso Luke, speaker radiofonico di una radio clandestina che vomita odio e violenza, ogni giorno più vicino all’annientamento per mano propria o del male che lo sta dilaniando. In una sapiente rete narrativa, i destini di questi quattro personaggi sono destinati fatalmente a intrecciarsi, in un tripudio di carne e sangue, visibilmente esposti da una scrittura volutamente estrema, impregnata di altrettanto estreme sensazioni che coinvolgono tutti e cinque i sensi. Brite non si risparmia nel descrivere torture e violenze, esaltando la dimensione splatter della vicenda, ma non perde mai di vista gli equilibri psicologici delle sue creature, ottimamente descritte e coccolate sino all’epilogo da una penna abile tanto a incidere la carne quanto la psiche. Amore e morte si intrecciano, attraendosi e respingendosi in un’opera solida e matura che, per le tematiche trattate e il virtuosismo macabro, non può certo essere per tutti i palati.