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Cambiare le ossa

Cambiare le ossa

Aurora Scalviati varca l’ingresso dell’ufficio della Mobile, alla questura di Torino, e realizza che poco è cambiato rispetto a quando vi prestava servizio lei. Ovviamente, a causa del perdurare dell’epidemia di Covid-19, sono state aggiunte alcune barriere di plexiglass sulle scrivanie e, all’ingresso, una colonnina con il flacone di igienizzante. Lo sguardo del commissario Damiano Provera- quarantotto anni, atteggiamento pacato ma capace di incutere soggezione- è un po’ rude nel momento in cui incrocia quello della profiler. Aurora ha accettato la trasferta a Torino per una consulenza su una catena di omicidi che sta mettendo in seria difficoltà l’intera procura. Al telefono non le hanno detto molto e, per un attimo, Aurora ha pensato di non essere pronta a tornare nella città alla quale sono legati troppi ricordi e, soprattutto, troppe cicatrici. Tuttavia, poiché sul fronte personale sta attraversando un periodo piuttosto complicato - il rapporto con Bruno è in un momento molto delicato - ha finito per accettare. Provera spiega ad Aurora che l’ultimo cadavere - maschio, bianco, trentacinque anni, riverso su un tappeto, la nuca appoggiata a un divano di pelle - è stato aggredito settantadue ore prima, nella sua abitazione, con una specie di mannaia, uno spaccaossa per la precisione, uno di quegli strumenti che si utilizzano nelle macellerie. Si tratta della terza vittima di un assassino che pare procedere secondo una dinamica ben precisa e decisamente feroce. Quest’ultima vittima, per un cinico scherzo del destino, è Tito Ferretti, già tristemente noto alle cronache per essere scampato, nel 1988, a un’altra strage: un serial killer chiamato “il mostro” aveva ucciso la madre di Tito e il suo amante, risparmiando il piccolo dalla sua ferocia. All’epoca, dopo un’indagine serrata, il pericoloso assassino era stato catturato da Francesco Salviati, sostituto procuratore e padre di Aurora. Ora, trentaquattro anni dopo, la profiler dovrà delineare un profilo accurato del probabile nuovo serial killer, in modo da evidenziarne le caratteristiche salienti e renderne meno complessa l’individuazione e la cattura...

Chi ancora si ostina a considerare la letteratura “di genere” come la Cenerentola di una presunta letteratura “alta” di fronte a cui - per rubare un’espressione molto popolare - “non ce n’è per nessuno”, dovrebbe leggere il nuovo romanzo di Barbara Baraldi, indiscussa regina del gothic e sceneggiatrice della celebre serie a fumetti Dylan Dog. La storia, che vede come protagonista Aurora Scalviati - profiler forte, determinata, nata per stanare la verità e innamorata del proprio lavoro che ha saputo conquistare i lettori fin dal primo volume della serie datato 2017 - riporta la donna nella sua Torino, città da cui tutto è iniziato e in cui tutto si è complicato. È lì, infatti, che si è consumato un dramma che ha segnato la profiler nel corpo e nella mente e ha spezzato la sua quotidianità, portandola a confrontarsi con un nuovo percorso di vita, complesso e, ovviamente, tutto in salita. Tornare a Torino è, quindi, confrontarsi con un passato popolato di fantasmi, un passato che ha sconvolto equilibri e generato un disordine all’interno del quale, tuttavia, è necessario scavare per ricostituire quell’ordine stabilito necessario per dare un senso a ogni cosa, per comprendere il buio che abita la profondità dell’animo umano e per venire a patti con i propri spettri. Una vecchia mannaia spaccaossa diventa uno strumento di tortura dal significato rituale che deve essere decifrato e che, solo, può consentire di arrivare al cuore di ogni mistero e comprenderlo nella sua interezza. Colpi di scena, suspense, tensione narrativa, approfondimento psicologico: ogni elemento è curato e reso dall’autrice con una meticolosità che rasenta la perfezione. Ma c’è di più. Il lettore conosce qualcosa in più di Aurora e, soprattutto, del suo rapporto con il fantasma di un uomo ingombrante - suo padre - di cui la donna pare ancora cercare l’approvazione. C’è poi, come una sorta di filo rosso che attraversa l’intera narrazione, una riflessione che si fa collante di ogni scena e spazia dal campo della fede a quello della scienza su cosa sia davvero la realtà e quale sia la ragnatela invisibile ma necessaria che tiene uniti gli eventi che si susseguono su quel fantastico palcoscenico che è la vita. Ecco, quindi, che una semplice (si fa per dire!) trama noir diventa veicolo necessario, in quanto consente di affrontare tutta una serie di tematiche che trascendono il genere e toccano le corde più profonde dell’animo.