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Cancheràs

Cancheràs

Suo papà qualcuno lo chiamava Luigi, qualcuno Luis, per quasi tutti gli altri, compresi i componenti della band, era Pier. Nel duemila ha iniziato a dire che gli faceva male il culo e per un po’ tutti, lui compreso, hanno pensato che fosse una cosa psicosomatica, perché quando suonava - a quarantasette anni lui e la sua band facevano rock così e così - si sentiva bene. Solo dopo un bel po’ si è saputo che aveva il cancro. Lo ha scoperto un ortopedico che lo ha detto a sua mamma che lo ha detto al fratello. A lui invece hanno detto che era un polipo che andava tolto e per un po’ è stato un segreto. Quando lo ha saputo, prima si è messo a piangere e poi ci ha scherzato a cena per parecchio, ma alla fine ha smesso di essere una cosa divertente. Da quei pochi mesi che è durata la malattia di suo padre, sono passati dieci anni anche se lei quei giorni se li ricorda molto bene. La cosa strana è che fatica a ricordare quello che c’era prima, come se il cancro fosse una creatura che si mangia tutto. E, nonostante tutti gli sforzi, nonostante le fotografie, fatica a ricordarsi come fosse e si ricorda invece bene com’era suo padre nel duemila, malato terminale. I malati di cancro sono persone che si consumano, hanno un odore particolare, che è il “profumo” della radioterapia. Come si recuperano certe cose, quelle che il cancro sembra essersi mangiato e portato via assieme al corpo del malato? Occorre fare un viaggio, un viaggio labirintico, occorre cadere nel buio e sforzarsi di cercare una luce. Ma bisogna volerlo fare. Le luci si accendono solo per chi le cerca...

Progetto sulla carta quasi impossibile, eppure. Raccontare la parabola discendente di un padre che improvvisamente si scopre malato di cancro e che comincia a precipitare nell’abisso delle cure palliative, delle attese snervanti, che sfiniscono il malato e i suoi famigliari e farlo attraverso dei fumetti. Difficile, ardito. Eppure. Eppure il racconto di Barbara Monti, scrittrice e traduttrice di videogiochi, illustrato dal fumettista Luca Ralli funziona bene. Fin troppo, perché si prova dolore vero. Chi ci è passato e ha perso qualcuno lo sa. Sa cosa significa scoprirsi smemorati e, di quella persona, ricordare solo un dopo che non è mai luminoso ma doloroso e cupo. E, nella scoperta, disperarsi perché sembra impossibile che la memoria abbia cancellato tutto quello che c’era prima. Eppure. Eppure succede. Ci vuole tempo per recuperare e volontà. Ci vuole un viaggio dentro quell’abisso che si è aperto in chi rimane. In quel dentro labirintico dove si trova chi se ne è andato e dove anche noi in qualche modo dobbiamo andare. Da soli. Ci si arriva per gradi, o per gradini sconnessi, dalle alzate una diversa dall’altra. E quando ci si arriva, allora si capisce che anche questa è vita, che fa parte di un continuum, che si muore e che si continuerà a morire. Si capisce che accettare una cosa così non significa affatto arrendersi, ma solo nuotare nella corrente senza sforzarsi di remare contro.