Umidità, freddo, sporcizia, puzza. Padiglioni immensi, mura scrostate, impregnate di nauseabondi odori di disinfettanti, pavimenti con piastrelle traballanti. Uomini che si aggirano come fantasmi stretti in camicioni bianchi a righe. È l’Istituto per le malattie psichiatriche di Kovin, una costruzione austroungarica rosa dalle crepe. Qui viene ricoverato Filip Isaković, un musicista che da tempo non riesce più a strimpellare il suo caro contrabbasso, per essere sottoposto alle cure riabilitative dell’ambiziosa dottoressa Larisa Sibinović. I giorni trascorrono uno uguale all’altro, in un monotono andirivieni dagli stanzoni dell’ospedale al laboratorio della professoressa, dove legato a una sedia di metallo e con un casco infilatogli in testa deve provare a far emergere il passato per individuare le cause dei suoi traumi nervosi. Nella mente si affastellano ricordi sconnessi del suo gruppo F-Kvartet, della critica musicale Ena, della propria donna Darija. Nessuno degli ospiti gli rivolge mai la parola, tranne il dottor Julius, un ex psichiatra confinato a Kovin per motivi di dissenso politico a Milošević. Come un novello Virgilio, è lui a guidarlo nell’inferno del vecchio edificio, tra pazienti afasici o pazienti in disperata ricerca di una via di fuga…

La massa indefinita dell’Istituto di Kovin è il vero protagonista di Cane e contrabbasso, innalzato a corpo-oggetto che riassume in sé, secondo l’ottica zoliana, tutta la vicenda narrativa lungo le contraddizioni emancipazione-repressione e modernità-oscurantismo, rappresentate dall’opposizione tra le teorie basagliane e le sperimentazioni pericolose su cavie umane, di cui non importa niente a nessuno, della dottoressa Sibinović. La casa-cura diventa allegoria dell’ex Jugoslavia che finge di aver ritrovato una normalità che in realtà non c’è, come dimostra la fragilità disperata del protagonista incapace di fare i conti con il proprio passato. Saša Ilić, attivo animatore culturale della scena letteraria belgradese, scrive un romanzo cupo, malinconico, struggente, dal sapore mitteleuropeo, vincitore nel 2019 del prestigioso premio Nin, in cui con estrema lucidità intellettuale svela il volto nero di un sistema invisibile e dispotico, simboleggiato nel plot dall’esercito serbo, che decide dell’esistenza delle persone a proprio piacimento. A questo mondo, che ha volutamente rimosso la propria memoria storica e rinunciato alla verità, l’unica forma di resistenza, suggerisce l’autore, è con la sua carica libertaria prive di regole il jazz. Perché nell’improvvisazione puoi ancora ritrovare te stesso.