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Cane sciolto - Il nero muove e perde

Cane sciolto - Il nero muove e perde

Ci vuole poco a trovarsi dalla parte sbagliata: basta coprirsi la faccia e fare un gesto distintivo, come un saluto romano, per decidere con chi stare e quale croce abbracciare. Non che ci siano particolari pensieri o ideologie da mettere in ordine, si tratta di decidere quale pezzo di storia andare ad imbrattare. Ci vuole davvero poco a prendere in mano un megafono e lasciare uscire fuori tutto quello che si muove dentro, in una sorta di trance ipnotica che supera ogni ragione, cercando il consenso di chi magari non ha proprio gli stessi nostri pensieri, le nostre idee. Ma poco importa, bisogna esserci e lasciare il segno. Ci vuole poco a ficcarsi in una rissa, a scuola o per strada, ovunque si sente vibrare la vita, ad essere schedato ed interrogato, a ritrovarsi a fabbricare molotov o imparare la strategia degli scacchi giocando con uno zingaro nella stessa cella del carcere. Ci vuole ancora meno a trovarsi in tasca una pistola ed un colpo mortale alle spalle, per farsi giustizia da solo. Alla vita vorrebbe rispondere con irriverenza e ironia, ma gli resta soltanto l’insofferenza e l’indifferenza da ostentare verso una società ed un potere che di lui se ne infischiano, o almeno a lui sembra che sia così. E solo questo conta. Poi c’è lei, così diversa con quei suoi vestiti a fiori che colorano la sua rabbia, le zatterone ai piedi e la borsa di pelle. Tutti i giorni va a prenderla con il suo motorino sgangherato all’uscita da scuola: lo guardano male, ma lui non li vede, perché i suoi occhi e le sue attenzioni sono solo per lei. Il resto non conta, resta fuori...

Miro Renzaglia costruisce un romanzo apparentemente semplice e lineare, eppure così vibrante e quindi mai scontato, con il quale percorre inquietudini e tormenti di una generazione spaesata e fragile della metà degli anni ’70, quando era necessario, o almeno così si credeva, prendere una posizione netta. Tutto ruota attorno alle vicende di un protagonista senza nome a cui fa da contraltare come co- protagonista il diario della sua ragazza: lui fascista, più per caso e protesta che per convinzione, lei figlia di una famiglia di comunisti. Le due voci si intrecciano e descrivono, con una filosofia ed una psicologia implicite, i fermenti che attraversavano parte di giovani ragazzi più intenti a cercare il loro posto nel mondo che a pianificare rivoluzioni. Le narrazioni si intrecciano e si completano nei due racconti in prima persona, nelle due diverse visioni che forniscono letture complementari di uno stesso fatto: una mossa dalla disperazione del fare, l’altra lucida, dettata dalla comprensione dell’amare, quasi a significare due voci di uno stesso personaggio, due lati della stessa anima che finalmente si è tragicamente ritrovata. Sono anni di difficile comprensione, che solo l’amore può tenere insieme, un amore che va oltre ogni tipo di etichetta e che in quello sfondo fatto di niente si nutre di piccole poesie e piccoli disperati gesti. Non può dirsi assolutamente un manifesto del nichilismo distruttivo degli anni di Piombo, quanto piuttosto un bilancio in chiaroscuro: si prova a dare la forma a quei pensieri di disagio sociale e confusione politica, si cerca ora attraverso gli scacchi, ora attraverso la ricostruzione di un’episteme più solida a dare senso a quegli anni e a quei protagonisti di una storia tutta ancora da scandagliare, ma risulta più semplice lasciarsi vincere dall’empatia verso i personaggi, assoluti protagonisti di quegli anni.