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Cantami o diva degli eroi le ombre

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Elena e Clitennestra sono sedute all’ombra di una quercia nel giardino del loro palazzo di Sparta. Raccolgono le ghiande cadute dai rami, sembrano piccoli visi di omini con il cappello. Sono sorelle molto simili tra loro nell’aspetto fisico, nella statura e nel portamento. Ma Elena ha qualcosa di divino, che Clitennestra non comprende e a cui non potrà mai arrivare. Con loro è sempre presente la nutrice: non si allontana mai per paura che possa succedere qualcosa alle due giovani principesse. Poco più in là, invece, ci sono i fratelli Castore e Polideuce. Loro sì, sono gemelli ed è praticamente impossibile distinguerli. Giocano alla battaglia con le spade e sembrano impegnati in una danza con il loro duello speculare. Clitennestra ama i gemelli con tutta se stessa, e ama ancora di più Elena. Nonostante ciò, però, a volte vorrebbe che morisse. Soffre questo suo essere così diversa da lei, il non possedere la sua eterea bellezza, la sua divina leggiadria. Ed è proprio questo sentimento contrastante che la porta, ancora una volta, a domandare alla nutrice di raccontarle la storia della loro nascita. La donna, titubante, la accontenta: anni fa a palazzo era presente un candido uovo che la regina Leda custodiva con grande cura in una stanza in cui nessuno poteva entrare. Solo Leda e Tindaro, il re suo marito, erano autorizzati a curare quello che veniva considerato un dono di Zeus. Ciò che ne sarebbe uscito sarebbe stato a tutti gli effetti il figlio del re di tutti gli dèi. Quando, finalmente, l’uovo aveva iniziato a schiudersi, Leda aveva chiamato Tindaro per assistere insieme a quel miracolo. La regina era poi uscita dalla stanza stringendo amorevolmente tra le braccia una neonata candida, perfetta. Il re, subito dopo di lei, era apparso sulla porta tenendo con sé una piccola perfettamente identica alla prima. Eppure…

Come si fa a rendere interessante l’ennesima rivisitazione dell’Iliade di Omero? Isabella Bignozzi, senza alcun dubbio, conosceva la risposta a questo quesito prima di mettersi a lavorare al suo secondo romanzo. Classe 1971, bolognese di nascita, romana d’adozione e odontoiatra di professione è, in realtà, anche un’abile poetessa e autrice. E la sua passione per la storia antica, la letteratura e la poesia trova in Cantami o diva degli eroi le ombre un connubio perfetto. Questo romanzo (ma è davvero corretto, e non riduttivo, definirlo tale?) si situa a metà strada tra le rivisitazioni moderne dei miti classici, ormai completamente sdoganate dopo i successi di Madeline Miller et similia, e la più pura e aulica epica omerica. L’opera di Bignozzi, infatti, non è solo un remake del mito, ma una vera e propria parafrasi dei poemi del cantore greco per eccellenza, colui che più di ogni altro ha narrato ed esaltato le gesta di dèi ed eroi. Le doti poetiche dell’autrice, infatti, spiccano agli occhi del lettore fin dalle primissime righe del volume che si può non a torto considerare una poesia in prosa. I paragrafi in cui vengono suddivisi i capitoli sono senz’altro assimilabili alle stanze di un poema in versi; le frasi spezzettate e colme di formule che richiamano i costrutti del genitivo assoluto del greco antico o dell’ablativo assoluto del latino contribuiscono a rendere ancora più ammaliante il ritmo della narrazione; le descrizioni ampiamente figurative non fanno che accrescere nel lettore l’impressione di trovarsi all’interno di un perfetto locus amoenus descritto nelle opere classiche; le formule e gli epiteti così squisitamente omerici catapultano senza scampo all’interno del mito. Ma Bignozzi non si limita a questi espedienti per poi passare a narrare semplicemente le vicende dell’arcinota guerra di Troia. La sua storia prende il via dalle origini e racconta la fanciullezza di alcuni dei protagonisti, quasi a volerne esplorare la psiche per comprendere i motivi che li hanno portati, in seguito, a prendere quelle decisioni che, come racconta il mito, hanno cambiato le sorti di intere popolazioni. In un modo che nessuno, prima di lei, aveva osato fare.