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Cantine storiche d’Italia

Cantine storiche d’Italia

Inutile ricordare che, tra le varie componenti del terroir che determinano la qualità di un vino, concorrono anche le caratteristiche degli insediamenti sorti attorno alle zone di produzione. L’esposizione, la collocazione dei fabbricati e lo sfruttamento armonico del territorio che tenga conto della funzionalità coniugata con l’estetica, fanno sì che l’Italia sia un Paese ricco di architetture vocate alla produzione del vino. Pleonastico rammentare che la nostra Storia enologica è una delle più antiche (il primato spetta alle zone comprese tra Georgia ed Armenia) e che lo Stivale è stato il fulcro di vicende che hanno portato allo sviluppo dell’arte. Ecco allora che i siti di interesse architettonico legato alla produzione vinicola in Italia sono circa cinquecento, caso unico al mondo. Ne incontriamo trentotto, con particolare attenzione a Toscana, Piemonte e Lombardo-veneto. Dal centro in giù solo cinque dimore divise tra Sicilia, Lazio, Basilicata e Puglia. Ciascuna dimora a raccontare la propria storia, la propria architettura, le caratteristiche della cantina e il profilo enologico, fino alla narrazione del prodotto finale…

Bel libro, bell’oggetto di rappresentanza: copertina rigida formato maxi, belle foto rispetto alle quali non è possibile complimentarsi con un fotografo in particolare in quanto quasi tutte fornite dalle aziende pubblicate. Regalo di gusto per un architetto col bernoccolo del vino o per un curioso del vino che apprezzi l’estetica. Riguardo all’approccio enologico e alla sostanza invece c’è da discutere. L’intento di mediare tra qualità architettoniche e qualità del prodotto è un proposito arduo che può portare a risultati sbilanciati su un versante o sull’altro, oppure portare a scelte, per l’appunto, medie. O mediocri. Un eccellente vino prodotto in una struttura che non ha mai goduto di fondi economici da destinare all’abbellimento non entra nel novero, ovviamente. E un magnifico maniero nel quale si produce un vino industriale di massa destinato alla grande distribuzione e messo sul mercato ad un costo superiore a quel che vale? Grazie all’architettura, quello (più di uno ma non farò nomi), sembra rientrarci. È un po’ come voler stilare la lista dei 10 migliori pugili abili anche nell’arte del lavoro a maglia. Il rischio è di ritrovarsi sul podio: un pugile che dopo che hai ripreso i sensi ti puoi sempre vendicare ricordandogli che i suoi maglioni fanno schifo; un boxeur che produce sciarpe meravigliose ma che sul ring dura tre minuti pure contro Cristiano Malgioglio; terza ipotesi, un fighter così così che, in compenso, lavora ai ferri così così. Fuori dal paradosso, il discorso è questo: nell’introduzione gli autori esternano l’intento di voler condividere la “scoperta di questi luoghi”. Orbene, non è che ci voglia il casco da esploratore e la sahariana per “scoprire” le Cantine Florio, Castello Banfi, Castello di Brolio, Fontanafredda, Marchesi di Barolo e compagnia blasonando. Viene in mente la scena di Fantozzi quando, in gita aziendale in montagna, viene “eletto” a partecipare alla cena di rappresentanza con tutti i nobili il cui cognome è legato ad un alcolico: “Alla quinta presentazione Fantozzi era già ubriaco” … A livello enologico, la pubblicazione si pone agli antipodi dell’approccio del soldatiano Vino al vino, quello sì, votato alla “scoperta”. Ma anche nella descrizione del prodotto, laddove i vari Soldati, Veronelli, Mura, etc. si affidano alla comunicazione emotiva, evocativa dell’aspetto sensoriale del vino, Cantine storiche d’Italia, si affida alla “scheda tecnica”, quella che prevede il “naso elegante”, “l’ingresso morbido”, il “finale complesso” su note di polvere da sparo, negozio di panetteria, pipì di gatto, paraguayano sudato, freni surriscaldati e ornitorinco in calore. I seguaci della scuola emotiva, eccepiscono il fatto che la percezione del gusto varia da soggetto a soggetto essendo determinata anche da fattori genetici (a partire dalla macro-classificazione tra tasteur, non-tasteur e super-tasteur) e che la “scheda tecnica” lascia il tempo che trova se non l’utilità di togliere dall’imbarazzo degli sconosciuti ad un ricevimento dandogli la possibilità di conversare lungamente dandosi un tono. A smontare la “tecnicità” della scheda concorre anche la percezione –sempre genetica- che si ha dei liquidi dopo avere assunto cinarina, ad esempio: ad alcuni acuisce il senso del dolce, ad altri, no. Quante volte abbiamo visto, negli anni, diagrammi parascientifici del gusto puntualmente smontati successivamente? Abbiamo poi dimenticato gli esperimenti del professor Charles Spence dai quali i sommelier ne escono puntualmente con le ossa rotte? Infatti nessun professionista del settore vi si sottopone più… Insomma, i soldatiani, veronelliani, muraniani, brerani, amerebbero che l’esperto di vino si limitasse a raccontare la storia di produzione e le caratteristiche salienti del prodotto senza indurre a quelle suggestioni dalle quali sono ingannati i sommelier stessi. Pensate che in molti casi, a determinare l’apprezzamento per un vino, basta la consapevolezza indotta del suo valore economico. Ricordate la scena del film Straziami ma di baci saziami (Dino Risi, 1968) nella quale si magnificavano le virtù di un presunto Frescobaldi del 1911 che si rivelava essere un “Candina sociale de Velletri” dell’anno in corso? Ecco, per i seguaci della scuola emotiva di “Vino al vino”, quella scheda andrebbe rimodulata in base a criteri meno dogmatici. Per il resto, s’è detto, un bell’oggetto alla cui realizzazione non stupirebbe se avessero contribuito degli sponsor.