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Canto degli alberi

È il 2020. Gli abitanti del mondo sono sigillati nelle loro abitazioni a causa del diffondersi sempre più repentino e capillare di un virus mai visto prima, il Covid-19. Prima che le misure di confinamento lo rendessero di fatto prigioniero della sua casa a Mantova, un suo amico gli ha chiesto di scegliere un albero e di parlarne liberamente in un libro. Ora che ci pensa, non ha mai davvero riflettuto chissà quanto sugli alberi e di conseguenza non ne ha uno preferito su cui poter imbastire un testo. Tuttavia, se ci pensa, nota che affiorano alla memoria molti ricordi associati agli alberi: l’ippocastano nel parco di Ducale, la magnolia che cresce nel cortile della sua casa milanese, il grande faggio in via della Guastalla di fronte alla sinagoga… Non ha “un” albero di cui narrare, ma può parlare “degli” alberi, queste creature vive eppure così diverse da noi, che nascono, crescono, si nutrono, che si stagliano ieratiche in cielo o si articolano abbarbicandosi nodose con i loro rami e le loro foglie, questi affascinanti esseri viventi che gli umani percepiscono come muti quando in realtà, come scriveva Beckett “Ogni albero ha la sua voce.” Per evadere dalla prigionia domestica, appena può di notte s’incammina nei vicoli bui, dove non passano le volanti della polizia destinate alla sorveglianza delle strade di città vuote e silenziose, passeggia nei vicoli dove nessuno gli chiederà l’autocertificazione o lo guarderà male se non indossa la mascherina. Così, percorrendo le stradine ciottolose, inizia ad instaurare dialoghi sempre più intensi e profondi con i vari rappresentanti e le diverse configurazioni del mondo vegetale, dagli alberi murati alle radici, dai cerchi dei trochi alle foglie “perché noi alberi siamo immobili, sembriamo immobili a chi ha una visione statica della velocità e non una visione dinamica dell’immobilità, però quando ci muoviamo siamo inarrestabili”…

L’esperienza del lockdown – che nei mesi scorsi ha comportato per tutti una forzata, seppur doverosa, reclusione e una conseguente interruzione delle attività quotidiane – diventa per lo scrittore Antonio Moresco lo spunto per redigere una peculiare cronistoria per la collana “Il bosco degli scrittori” di Aboca. La nuova situazione di vita che è l’isolamento e lo sradicamento dalla quotidiana normalità induce l’autore-narratore a riflettere nel senso etimologico del termine, ossia a ripiegarsi su se stesso con il pensiero. Questo lo porta a ripercorrere episodi del suo passato, ma soprattutto lo conduce a una iniziazione con il mondo vegetale e arboreo. Dialogando con gli alberi il narratore si apre all’alterità, ad una nuova visione del mondo che non sia propriamente antropocentrica. Le risposte spesso tautologiche, schiette e sincere degli alberi alle innumerevoli domande del narratore rivelano che cambiando prospettiva si può giungere ad una chiave interpretativa della realtà totalmente diversa, ma non per questo sbagliata, anzi. Con un susseguirsi di voci arboree e immagini sempre più immaginifiche, Moresco dà la sua “risposta di scrittore a questo trauma e il [suo] appello a compiere un salto di piani e di specie e a dare vita a una metamorfosi”.