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Canto di D’Arco

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D’Arco è un detective. O meglio, lo era in vita, e ora, da tre anni, lo è anche nella città dei morti. È stato ucciso in servizio, mentre indagava su una banda di psicopatici che aveva l’abitudine di travestirsi da manichino. Poi si è svegliato nell’aldilà, in una sorta di mondo rovesciato, e ha continuato a fare ciò che già faceva in vita: dare la caccia ai criminali, perché anche tra i grattacieli della città dei morti prolifera la delinquenza. Una sera si presenta al suo ufficio un certo Lazlo, un sedicente collega, che gli comunica che “i bambini della città dei morti si sono messi a cantare” e che lui dovrà scoprirne il motivo. In effetti è così. Da qualche tempo, i bambini, di notte, si riuniscono nei grattacieli e negli scantinati, e cantano incessantemente una musica che comunica pace ma anche disperazione, senza un motivo apparente. Toccherà a D’Arco scoprire il perché di questo evento: perché i bambini cantano? E perché da un po’ di tempo a questa parte giunge dal mondo dei vivi un numero sempre maggiore di bambini? Il detective ha solo un modo per fare luce su questa vicenda: andare alla fonte del male, nel luogo in cui qualcuno sta uccidendo tanti bambini. D’Arco deve tornare nella città dei vivi…

“Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto”: sono le parole che aprono Canto di D’Arco, romanzo inquietante e visionario dello scrittore mantovano Antonio Moresco. Un libro che sfugge a ogni forma di definizione perché mescola generi e stili diversi, suggestioni letterarie e fumettistiche, azione, amore, morte, paura, coraggio. La scrittura di Moresco colpisce e lascia il segno, soprattutto grazie all’uso di un narratore autodiegetico che contribuisce a far aumentare il senso di precarietà e sospensione. Nelle pagine di questo romanzo, infatti, si è sempre in tensione, sempre sulla corda; così il lettore viene accompagnato in una galleria di personaggi violenti e subumani, o meglio, post-umani: trafficanti d’organi, terroristi che lottano contro la natalità; serial killer, psicopatici, stupratori. E poi, la panacea di tutti i mali, l’Uomo di luce, l’incarnazione di tutto ciò contro cui D’Arco è chiamato a combattere. La sapienza di Moresco risiede soprattutto nella costruzione di un romanzo che si regge fondamentalmente su tre pilastri: la trama nera e il ritmo da thrilling puro; tantissima azione; i momenti di riflessione del protagonista, grazie ai quali scandagliamo il suo animo, i suoi pensieri, il suo essere “donchisciottesco”. Un personaggio che avevamo conosciuto quando nel 2016 Moresco aveva pubblicato L’addio, la prima parte di Canto di D’Arco, che adesso si presenta diviso in tre sezioni e ampliato di molto con le sue oltre settecento pagine. Un romanzo completo, sorprendente e originale che, allegoricamente, diventa specchio della dicotomia tra bene e male, luce e ombra. Vita e morte.