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Capitani oltraggiosi

Capitani oltraggiosi

Hap e Leonard lavorano da circa sei mesi alla Deerstone’s Chicken Processing, una ditta di lavorazione di polli surgelati, con la mansione di addetti alla sicurezza. Lo stipendio non è male (certo, il metro di giudizio dipende dal lavoro precedente). Hap aveva fatto domanda anche in un altro stabilimento, dove avrebbe dovuto masturbare i galli per prendere loro lo sperma con cui fecondare le galline: un lavoro serio, eh, anche se non sembrerebbe, solo non sa se avrebbe dovuto farlo a mani nude (forse i galli preferiscono il contatto diretto). Ma comunque il lavoro di guardiano è senz’altro meglio di quello di masturbatore di galli. Prima faceva il buttafuori, lavoro senz’altro più redditizio, ma anche più pericoloso: alcool e donne nude erano diventati una seccatura. Del resto è un pezzo che Hap non vede una donna nuda, manco Brett, e non è nemmeno più tanto sicuro che sia ancora la sua donna, dopo i diversi cadaveri con relativi incubi che la loro storia ha provocato. Pian piano era sparito il sesso dalla loro storia, poi se n’è andata anche la storia, la penultima volta si sono visti davanti al pollo fritto del KFC, e hanno parlato del cibo di KFC. Leonard invece ha un fidanzato che lo tiene occupato: John, caporeparto nella fabbrica di sedie di alluminio, nero, robusto, pelato e con un uccello di venti centimetri, cosa che non solo non lascia Leo indifferente, ma forse è uno dei suoi maggiori punti di forza. E quel giorno, mentre chiacchierano di tette grosse e grossi cazzi, si salutano e Leonard si allontana sul proprio pick-up, lasciando Hap accanto alla sua macchina. Ed è lì che sente provenire dal bosco al di là della recinzione una flebile voce che chiede aiuto…

Sesto capitolo della fortunata serie di Hap & Leo, Capitani oltraggiosi mostra segni di cedimento e stanchezza: è un po’ sottotono rispetto ai precedenti, la storia - priva di mordente - procede per inerzia, senza riuscire a decollare mai davvero, e l’ironia dissacrante che Joe R. Lansdale ha messo in queste storie è ora un po’ sbiadita, e troppo spesso lascia il posto a violenza e turpiloquio un po’ too much anche per Hap e Leo. Il finale è sbrigativo e senza fantasia. Lentissimo fino a metà circa, è un’accozzaglia di tanti elementi disparati e poco sviluppati, slegati tra loro, come appoggiati lì a riempire uno spazio, che lo rendono somigliante a una storia a episodi e lo rallentano, così come i troppi dettagli. Tuttavia, si lascia leggere, anche perché Lansdale non ha perso il black humor e il sarcasmo brillante e pungente che hanno fatto innamorare i lettori e che lo rendono così dissacrante. I dialoghi sono ben costruiti, i personaggi hanno la battuta pronta, la prosa resta tagliente, lo stile grezzo e sboccato ma magistrale e la scrittura per immagini in alcuni punti permette di vedere più che immaginare. La storia è surreale ma riesce a essere divertente e accessibile anche a chi non abbia letto i precedenti. Ma non è solo turpiloquio, sarcasmo e omicidi: offre anche interessanti spunti di riflessione, approccia temi delicati e si fa profondo quando parla di lealtà, amore e amicizia. In una nota di apertura l’autore confessa di aver attinto da un suo precedente racconto (Master of Misery) per questo romanzo (Lansdale, eri a corto di idee!?) e che quel che succede a Hap all’inizio della storia è tratta da un evento realmente accaduto a un suo amico poliziotto.