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Cara Cina

caracina

Canton, Pechino, Nanchino, Shanghai, Hong Kong. Goffredo Parise attraversa e si lascia attraversare da questi territori nella primavera del 1966, in veste di reporter. La prima scena a colpire il suo sguardo, non appena arrivato a Canton, è tra le più convenzionali: leggere barchette, con la loro grande vela, che rientrano al villaggio dopo una giornata di commerci. Donne e bambini accovacciati al loro interno, intenti ad agitare le bacchette dentro ciotole di riso, per poi portarsele alla bocca con agilità, mentre gli uomini conducono la giunca all’attracco. Basta, però, girare lo sguardo altrove, anche solo dall’altro lato della strada, per osservare una scena diversa, immagini di una nuova convenzionalità: è la Cina di Mao Tse-Tung. Canton, con i suoi palazzi di ispirazione europea, i contadini e gli operai che si aggirano come formiche dall’aria svagata, apparentemente indistinguibili tra loro. Pechino, dove non esistono beni di consumo (intesi all’Occidentale) e i magazzini popolari vendono abiti uguali per tutti. Nanchino, con la sua campagna sterminata, pochissime case in muratura, gli ex proprietari terrieri espropriati e ridotti al grado di contadino, al pari di tutti. Shanghai, la più cosmopolita delle metropoli, dove vive uno dei pochissimi capitalisti rimasti in Cina, una mosca bianca. Infine, Hong Kong, “terra di mezzo”, zona franca, dove Cina e Occidente si incontrano, tra Coca Cola, ragazze cinesi in bikini e le canzoni dei Beatles…

Goffredo Parise racconta in questi articoli, scritti per il “Corriere della Sera”, raccolti ed editi poi per prima da Longanesi e poi da Mondadori e Rizzoli in tutte edizioni ormai fuori catalogo, la Cina comunista di Mao Tse-Tung, votata all’ideologia ma frammista ancora a quella forte tradizione su cui di fatto faceva leva il leader cinese. La Cina, ci dice lo scrittore vicentino, è da intendersi come un’unica entità, che non accusa la mancanza di individualismo (tipicamente occidentale) perché la sua forza sta proprio nella collettività, nei grandi numeri, nell’essere un organismo vivente unitario e paritario. Parise non è imparziale nel racconto di ciò che vede e sente, così come non vacilla nel suo pensiero, mantiene il senso critico, ma cerca sempre di tenere la mente aperta, di osservare la realtà considerando il contesto in cui si trova. Ciò gli permette, con lo stile chiaramente “parisiano”, pulito, nitido ma al contempo ispirato e, a tratti, poetico, di raccontare una Cina di ambivalenze e contraddizioni nella quale l’omogeneità, la povertà, la ripetitività fino allo sfinimento di concetti, ideologia, burocrazia, si affiancano alla gentilezza e allo stile innato dei cinesi nei modi e nella gestualità, alla bellezza pura e ingenua delle donne, all’altruismo e all’aiuto reciproco di tutti verso tutti. Queste considerazioni rendono a Parise la Cina “cara”, nella certezza che un confronto tra culture potrebbe essere di giovamento per tutte le parti in causa, come sempre accade, perché una società non si compone mai di sole ombre o sola luce. È proprio la commistione, il mescolamento, a rendere grande una civiltà.