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Cartolina dalla fossa

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Tutte le mattine si ritrovano a parlottare per strada, a volte magari stanno anche solo in silenzio ad aspettare notizie dai paesini vicini battendo i piedi per terra per il freddo. Si ritrovano lì, nell’enclave di Srebrenica dove pensano di aver trovato salvezza lontano dalle loro case in fiamme. Hanno perso tutto, a volte si sono dovuti dividere dalle loro famiglie, altre volte le hanno salutate definitivamente. Molti si lasciano dietro morti ed abusi indicibili. E anche lì, nell’enclave, la vita è precaria: di notte sono costretti ad attraversare i boschi evitando gli accampamenti dei soldati serbi per cercare fortuna e qualcosa da mettere sotto i denti nei villaggi vicini, ma queste spedizioni sono rischiose e a volte infruttuose, perché la morsa della guerra sta rendendo poveri anche i vicini e perché i serbi sono sempre in agguato. Emir Suljagić arriva a Srebrenica a soli 17 anni ed in breve tempo dimentica di essere una giovane vita piena di speranza per imparare a diventare un uomo: dal suo vocabolario sono presto scomparse le parole compassione e solidarietà, perché quello che contava è solo sopravvivere, ad ogni modo. Manca ormai tutto, dal cibo alle sigarette: la disperazione mette in piedi un mercato nero che attira tutti nel desiderio di sopravvivere un giorno in più. Srebrenica è diventata un campo di concentramento dove si danno triste appuntamento i bosgnacchi in fuga, abbandonati da tutto e tutti…

Il diario di Emir Suljagić è una testimonianza diretta della ferocia di quella guerra che ha messo di fronte fratelli di uno stesso popolo, abituati fino al giorno prima dell’inizio del conflitto a condividere tutto, oggi profondamente divisi e segnati da un destino più grande di loro che sono sopravvissuti. Il crollo e la dissoluzione della Jugoslavia, a partire dal 1991 e fino alla strage di Srebrenica del 1995, avvenuta con la complicità dell’ignavia dell’ONU, è stato un evento geopolitico catastrofico che ha determinato dei nuovi confini, ma soprattutto ha umanamente distrutto generazioni di uomini e donne che, vittime o carnefici, hanno visto risvegliarsi tutti gli istinti più ferini. Il vocabolario di Emir si è ridotto a pochissime parole, per nulla rassicuranti: indifferenza, sopravvivenza, cinismo, terrore sono le parole che per sempre hanno segnato la sua generazione e quelle a venire. Le ferite del conflitto balcanico, che il resto dell’Europa non è stato in grado di fermare, ma anzi ha accelerato con politiche utilitaristiche, rimangono ancora oggi visibili nella geografia di quei territori e nelle anime di quei popoli: nulla sarà più come prima, tutto si è trasformato in un canto di dolore per corpi e vite esanime ammassati in fosse comuni, con lapidi approssimative a ricordare i posti delle stragi prima ancora delle persone che nutrono oggi quelle terre. Emir Suljagić ha voluto dare un volto ed uno spirito a quelle persone, ne ha omaggiato la memoria ricordandone la disperazione e l’indomita speranza di poter un giorno recuperare quel briciolo di umanità che hanno perso. Emir Suljagić è direttore del Memoriale del Genocidio di Srebrenica, perché tutti possano ricordare.