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Casa di mare

Casa di mare

Ospedale civile de La Spezia, San Valentino 1983. Il professor Albino Buticchi si è appena sparato e il proiettile è passato dalla tempia destra a quella sinistra attraversando il cranio da parte a parte, lasciandolo moribondo. I medici possono soltanto disinfettare le ferite che continuano a sanguinare e auspicare un trasferimento a Pisa. Per il resto non c’è più niente da fare, sostengono che abbia il cervello in poltiglia. Eppure ogni tanto Albino riprende conoscenza e chiama la mamma sostenendo di avere freddo. Giusto qualche ora prima il professore è al casinò di Beaulieu, terza casa da gioco che visita nella serata e dove lascia l’ennesima cifra da capogiro. Ma non è questo a preoccuparlo. “I soldi vanno e vengono”, dice, ricordando poi che suo padre si infastidiva non perché perdeva, ma perché insisteva nel volersi rifare in una giornata no. Albino una volta a casa prende la sua calibro 7,65, la pistola semiautomatica comprata anni prima. Del patrimonio accumulato non sono rimasta che le briciole ormai, ma i debiti può comunque coprirli con le proprietà. Pensa però di non avere scampo: il richiamo del gioco non lo molla mai e questa inguaribile debolezza lo convince a puntarsi l’arma alla tempia. Si spara perché ha superato ogni limite: è ormai schiavo del vizio del gioco. Ciò non lo esime però dal lasciare un messaggio su un foglietto: “Ringraziate l’amico...”, attribuendo la colpa ad altri e creandosi un alibi. Spara, ma l’arma fa cilecca, perché ha dimenticato di inserire il colpo in canna. Fa in tempo a chiamare il suo segretario-amico, comunicandogli la sua volontà. Poi prova anche la pistola contro il termosifone e il baccano che produce sveglia le domestiche al piano superiore. Nessuno però arriva in tempo: preme il grilletto...

Sembra strano ritrovare Marco Buticchi in un romanzo così differente dalle sue avventure, soprattutto se si considera che si tratta della biografia di suo padre e di riflesso anche il racconto della sua vita. Ma certo anche la sua famiglia, soprattutto questo padre così ingombrante, non si possono dire esenti da eventi insoliti e peripezie come i personaggi di cui è solito scrivere. Il sottotitolo recita “Una storia italiana” e in realtà proprio di questo si tratta, della storia di quegli italiani, cioè, che partiti senza niente nel dopoguerra sono stati capaci di “inventarsi” un lavoro e di diventare ricchi, a volte come in questo caso ricchissimi. Albino Buticchi è stato un uomo avventuroso e un avventuriero, ma è altrettanto necessario riconoscere che chi lo circondava per amore, amicizia, per lavoro, per affari, ha comunque e sempre approfittato di lui. E a suo figlio Marco non è restato che osservare tutta questa vita in silenzio, fissandola bene in mente, soffrendoci anche a volte, rischiando pure di essere rapito, rimanendo spesso deluso, ma amando e ammirando, senza dubbio, le capacità di suo padre, riconoscendolo come un grande protagonista quale egli è stato, nonostante un’idea diversa di vita. Fin troppo generoso, a volte, capace di grandi colpi di testa, ma anche di grandi idee. Il Milan, suo grande amore, gli yacht, la Ferrari, quei cerchioni più resistenti che si chiamarono “Cerchi Buticchi”, le sale da gioco in cui i miliardi di lire sparivano come carta velina, il licenziamento dell’intoccabile Nereo Rocco, l’Aga Khan e poi mafia, BR, i personaggi della politica, dello spettacolo, del giornalismo, l’affascinante Mille Miglia e i suoi grandi piloti, il boom petrolifero, il miracolo italiano e molto, molto altro ancora... Tutto è raccontato con dovizia di particolari, tutto rende l’idea su chi ha seguito sempre una regola di vita: osare sempre.