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Casa dolce casa

Casa dolce casa

Prologo. È facile che passi inosservata: a un primo sguardo, quasi tutti direbbero che non c’è affatto. E non avrebbero torto, o almeno non completamente. A guardare meglio la base di cemento dei resti della casetta, si intuisce dove vanno il caminetto, i muri, il tappeto, i telai delle finestre... E come dev’essere accogliente l’interno, tanto da convincervi a restare. Ma dormite bene, perché al risveglio la casetta nel bosco non ci sarà più. Maya non lo sa ancora, ma il video circola già sui social media da qualche giorno. Sei minuti di ripresa sgranata da una videocamera di sicurezza, enigmatici e inquietanti, ma non abbastanza clamorosi o raccapriccianti da diventare virali. Sta cercando di tenersi alla larga dalla luce blu degli schermi a causa della sua insonnia: è alla terza notte in bianco consecutiva a casa di Dan, dove si è trasferita da meno di un mese. Manca poco all’alba e il suo stomaco è stretto come un pugno. Nel bere del gin che ha preso nel freezer, si promette di dire a Dan perché negli ultimi giorni si è comportata in modo tanto strano e non è più riuscita a dormire o a mangiare. Gli confesserà che è colpa dell’astinenza dal clonazepam, anche se Dan non sa che Maya lo ha preso ogni sera per dormire, né il perché. A procurarle le pastiglie, per un certo periodo, è stata la sua amica Wendy, ma ora la sua scorta si è esaurita. I sintomi dell’astinenza – insonnia, crisi di panico, tremori, spasmi muscolari, paranoia, irrequietezza e allucinazioni – si sono aggravati, nonostante il dottor Barry, lo psichiatra che sette anni prima le ha prescritto il clonazepam, non abbia mai accennato a questo rischio. Dan è rimasto alzato fino a tardi a studiare per gli esami di Giurisprudenza: hanno entrambi venticinque anni, presto lui si laureerà e diventerà avvocato ambientalista, mentre lei, dopo la laurea, nonostante il sogno di diventare scrittrice, ha trovato un impiego al centro di giardinaggio dove serve i clienti e rinvasa le piante. Torna a letto e il sogno comincia subito: un sentierino stretto attraverso il bosco, poi un ponte che conduce a una radura. E nella radura la casetta con un fuoco scoppiettante, la tavola apparecchiata, una zuppa per cena. E Frank in piedi alle sue spalle che le bisbiglia all’orecchio. Apre gli occhi grondante di sudore. Badando a non svegliare Dan, si alza di nuovo, afferra il portatile e torna in salotto. Si collega a YouTube e la sua attenzione viene attirata da un suggerimento: “Una ragazza muore in diretta”. Nella tavola calda di Pittsfield, nel Massachusetts, la sua città natale, la telecamera è puntata verso l’ingresso e quella che entra sembra una coppia normale, un tizio sulla trentina e una donna un po’ più giovane. L’uomo è Frank Bellamy. Maya non lo vede da sette anni, ma non ha dubbi: è esattamente come lo ricorda. I due si siedono in un séparé e segue una conversazione. Però è soltanto lui a parlare: lei ascolta con il volto inespressivo, Quando mancano solo venti secondi alla fine del video, la donna oscilla il busto avanti e indietro poi, di colpo, la testa si abbatte sul tavolo, con gli occhi ancora aperti. Il video, che ha già totalizzato 72.000 visualizzazioni, termina con la cameriera che si precipita verso di loro. Maya chiude di scatto il portatile con le mani che tremano. Frank ha tutti i motivi di pensare che anche lei l’abbia visto, e questo significa che Maya ha tutti i motivi di essere spaventata. In fondo, non è la prima volta che vede qualcuno stramazzare morto davanti a lui...

Non c’è nulla di più fuorviante della copertina e del titolo del romanzo d’esordio di Ana Reyes, insegnante di scrittura creativa di origini guatemalteche cresciuta negli Stati Uniti: Casa dolce casa, una casetta dal tetto rosso che spicca isolata in un paesaggio innevato, un luogo idilliaco, forse, un cottage da fiaba, di cui Maya, però, la protagonista, conosce il pericolo nascosto. Tutto risale all’estate prima del suo trasferimento a Boston per frequentare l’università: ha trascorso molto tempo con un ragazzo più grande di lei, Frank, e proprio quando ha capito quanto fosse inquietante e tossica questa presenza nella sua vita, Aubrey, la sua migliore amica, è morta davanti a lui in circostanze che non sono mai state chiarite. Nessuno ha creduto a Maya quando ha incolpato Frank — neanche la madre — e la ragazza ha cercato di superare questa tragica esperienza e di cancellarne i ricordi con la terapia psichiatrica, con l'abuso di alcol e droghe. Quando sembra aver trovato stabilità nel rapporto con Dan, la sua vita viene nuovamente stravolta da un video su YouTube: una giovane che muore in diretta nello stesso modo di Aubrey, davanti a Frank, non può essere una casualità e si sente costretta a tornare a Pittsfield per affrontare la casa nel bosco dove lui l’ha portata e che ha cercato così faticosamente di dimenticare. Guidata dalla sua memoria frammentata e da un misterioso libro incompiuto del padre defunto che non ha mai conosciuto, la cui famiglia è di origine guatemalteca, Maya racconta la sua esperienza in capitoli che si alternano seguendo una doppia linea temporale: quella attuale, ovvero l’ossessione per quest’uomo del suo passato e l’indagine per capire come ha potuto portare a termine un secondo omicidio apparentemente impossibile, e quella di sette anni prima, che porta alle circostanze della morte di Aubrey. Le molte lacune, veri e propri blackout, l’uso di droghe e di farmaci rendono però Maya una narratrice inaffidabile: mettendo in dubbio le sue verità, si provoca nel lettore disorientamento, nel tempo e nello spazio. Un effetto deliberato in quanto il controllo della trama e l’attenzione a tracce e indizi da parte dell’autrice non vengono meno. Il risultato è un thriller psicologico inquietante che affronta anche temi delicati come l'abuso, le dipendenze e le ricadute, il trauma della perdita e il ricordo, oltre all’amicizia, alla ricerca delle proprie origini, all’importanza dei rapporti familiari e del raccontare storie: “Lei si era stupita della sua capacità di ascolto, ma adesso sapeva perché: Frank conosceva il valore delle storie. Quelle che ci dicono chi siamo e da dove veniamo. I nostri personali miti della creazione, il motivo per cui ogni anno spegniamo le candeline. Era come se Maya gli avesse consegnato la combinazione della sua mente e del suo cuore, il giorno in cui gli aveva confidato la storia del padre che aveva perso”. La tensione rimane alta fino alle ultime pagine, in cui potrebbero emergere persino elementi sovrannaturali. La spiegazione proposta nel finale, invece, pur essendo coerente con la vicenda, suscita qualche dubbio circa il ruolo del manoscritto del padre o il modus operandi del colpevole.