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Casa Lampedusa

Casa Lampedusa

Un rametto di pietra bianca, simile al corallo, è conservato nella biblioteca piccola. Ogni pomeriggio Giuseppe lo prende in mano, ne saggia il peso e lo guarda alla luce del sole. È pietra di Lampedusa e lui è il principe dell’isola, ma non ci ha mai messo piede, come i suoi predecessori. A nessuno mostra quel rametto, è sicuro che gli sopravviverà. Giuseppe Tomasi è l’ultimo del suo casato e dopo di lui non c’è che l’estinzione. Gli è stata diagnosticata dal dottor Coniglio una malattia senza ritorno, enfisema polmonare, e l’urgenza di lasciare una traccia di sé lo agita fin nel profondo. Palermo è la sua città. Non la ama, ma è lì che pensa di dover morire, dove è nato. Ha viaggiato tanto: Parigi, Londra, la Lettonia, lo ha fatto per accrescere la sua cultura e per amore. E pure torna sempre a Palermo da sua madre, la principessa, ostinata e adorata tiranna. Lo farà anche dopo la sua morte, avvenuta tra gli andati fasti dell’antico palazzo di famiglia, gravemente danneggiato dai bombardamenti dell’ultima guerra. Da quando gli americani hanno liberato la Sicilia, vive con sua moglie Alessandra, nel centro storico di Palermo, in via Butera. Ci abita, ma non è la sua casa, quella è in via Lampedusa, quel palazzo perduto, dove, su un tavolo di mogano era venuto al mondo. Giuseppe Tomasi è un uomo di mezza età, fuma troppo, mangia molto, cammina col bastone, è curvo e ha un’aria goffa. Un uomo in disarmo: i capelli grigi impomatati all’indietro, i baffi ben curati, abiti sartoriali da tempo fuori moda, ma porta con sé, come sempre, i libri. Legge avidamente in italiano, francese, inglese i suoi cugini lo chiamavano “Il Mostro” per la sua capacità di divorarli. Ora però è la scrittura ad occupare tutto il suo tempo e le sue energie. Deve riuscire a far pubblicare il suo romanzo, Il gattopardo. Così tra nuove stesure e infinite correzioni trascorrono i suoi ultimi giorni…

Dopo l’esordio per Bompiani con L’uomo di fumo nel 2019, Steven Price scrittore e poeta canadese, con Casa Lampedusa ha colto nel segno. Il romanzo è squisitamente letterario, delicato e rispettoso, pur essendo l’autore molto lontano da Tomasi di Lampedusa. La scrittura è poetica e musicale, l’importanza dei sostantivi e degli aggettivi è esaltata dall’accurato lavoro di traduzione. Venticinque anni fa Price legge, in inglese, Il gattopardo, trovandolo così diverso dalle sue solite letture. Non solo perché è ambientato in Sicilia, ma per come il libro è costruito, per la forma in cui è scritto e per il modo con cui viene trattato il tempo. Passati diversi anni lo ha riletto, ne è rimasto affascinato di nuovo, notando particolari nuovi e capendo meglio i legami tra i personaggi. Il libro era cambiato e cresciuto, come pure Price, cominciando a capire che proprio questa è una delle definizioni di “capolavoro”. Decisiva è stata la lettura della biografia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa scritta dall’autore inglese David Gilmour. Impegnativo è stato il lavoro di ricerca, culminato con il viaggio in Sicilia, ospite di Gioacchino Lanza Tomasi, che gli ha fatto da guida nei luoghi del libro e nella Palermo di suo padre Giuseppe. Casa Lampedusa non racconta Palermo e le sensazioni che trasmette, ma piuttosto com’è e che cosa evoca attraverso gli occhi del protagonista, che racconta la storia. Tanti momenti descritti e vissuti sono soggettivi, mentre altri sembrano un sogno. La vita di Giuseppe Tomasi è: romantica, straordinaria, profondamente bella, commovente e tragica. È piena di alti e bassi, che Price sovrappone come un palinsesto alla particolare struttura del romanzo Il gattopardo. Vita e arte sono connesse, si riflettono e sgorgano l’una dall’altra. Nel titolo italiano è stato aggiunto Casa a Lampedusa, probabilmente per non ricordare troppo gli sbarchi dei migranti e la situazione dell’isola. Casa è il palazzo di famiglia che cade a pezzi, dove è morta la principessa. Casa è la scrittura, come lo è la moglie di Giuseppe, Alessandra. Price descrive quanto Tomasi sia ancora avido di vita nonostante la malattia. Tramandare il suo nome e lasciare qualcosa è lo scopo dei suoi ultimi giorni. Lo farà adottando Gioacchino Lanza ed è stato un atto moderno per i suoi tempi. Questo è necessario per tenere in vita esclusivamente il cognome del casato, perché le proprietà cittadine e periferiche sono finite da tempo, come pure lo splendore. I viaggi nella memoria, i flashback usati dall’autore raccontano le tappe fondamentali della vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e tutti gli sforzi fatti per chiedere la pubblicazione del suo romanzo. Lucio Piccolo lo propone a Mondadori, ad Einaudi, senza ottenere risultati. Tomasi voleva lasciare una traccia. Ci riuscirà, dopo la sua morte, grazie a Giorgio Bassani e a Feltrinelli. Pur considerando che è un romanzo, i fatti storici andavano controllati con scrupolo e delicatezza nei confronti dell’autore. La rilettura scientifica è stata affidata dall’editore al Professor Nunzio Zago, ordinario di Letteratura italiana all’Università di Catania e direttore della Fondazione Bufalino, che ha dato la sua approvazione.