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Caso irrisolto

Caso irrisolto

Il commissariato di via dei Tigli è noto perché non succede mai nulla di veramente rilevante, nulla di drammatico, noir e pulp che sia: al limite degli atti di vandalismo, qualche furtarello, delle lamentele di vario tipo. Ma mai un caso di omicidio, un doppio tentativo di incendio, uno stupro. Per questo l’ispettore Vilem Lebeda fatica a capire tutta quella concentrazione di eventi in così poche ore e tutte sulla sua scrivania: si preannuncia una sgradita fatica per risolvere quei casi. Le ricerche, anche se non troppo convintamente, dei responsabili di questa distruzione dell’ordine normale delle cose in via dei Tigli, portano l’ispettore Lebeda a fare conoscenza con tanti personaggi strani: dall’inquilino ucraino, alla povera vedova del primo piano, tutti frequentatori del circolo per anziani. L’incontro più interessante ed inquietante per Lebeda avviene quando si imbatte in un pensionato, Viktor Dyk, dall’indole cinica e dal passato nebuloso, vedovo e padre di un figlio che è sempre stato un peso per lui, più che una gioia. Dalla morte della moglie Anna non ha fatto altro che dedicarsi a Dyk junior, ma a modo suo: avviandolo alla cruda realtà di una vita che non regala nulla, nessuna soddisfazione, nessuna gratificazione. Del resto, cosa ci si poteva aspettare di più da un uomo che, vecchio e malandato, trascorre le sue giornate nel parco ad infilzare coleotteri? Più continuano le indagini, più i misteri si infittiscono...

Non è un libro giallo perché alla fine non c’è un caso risolto, ma neanche irrisolto: semplicemente non c’è un caso, ci sono tanti casi, umani. E soprattutto non è un libro sugli scacchi nonostante il primo capitolo sia interamente occupato dalla notazione di una non ben definita partita che si interrompe alla mossa 29, senza che ci sia scacco o soluzione: la metafora scacchistica immagino serva all’autore, il ceco Patrick Ourednik, per far passare il messaggio che siamo tutti pedoni e pezzi di una scacchiera di una partita che non ha davvero una sua logica o strategia così rigida, così obiettiva, così trasparente. Che sia questa la chiave di lettura del romanzo breve di Ourednik? L’autore scherza fra tentativi di definizioni lessicali, sociali e antropologiche, con una carrellata centrifuga di esempi che allontanano il lettore dal percorso stesso del romanzo: chi si aspettava di leggere un libro giallo, nel senso stretto del termine, rimarrà deluso perché non ci sono veri casi, non ci sono veri moventi e vere indagini. C’è un gioco di specchi che si rincorrono fra i pensieri dei personaggi, aneddoti costruiti sui vizi e le virtù dei cechi, annotazioni marginali: più che un romanzo giallo è un romanzo letterario, che invita il lettore (vedi il cap. XXIV) a giocare sul significato stesso dello scrivere un libro quando non si ha nulla da scrivere. Ourednik gioca con le parole, con gli incastri, con la stessa anarchica irriverenza del connazionale Hrabal o dell’oulipiano Perec, suo padre putativo da quando Ourednik si è trasferito a Parigi, nel lontano 1984, per studiare da lontano la sua Praga. Inutile il tentativo di esegesi nella postfazione, a cura di Jean Montenot, di dimensionare il romanzo, che ha più i contorni dello scherzo serio, che del racconto breve. Una bella scoperta, un bel libro con riflessioni apparentemente leggere, in realtà sufficientemente profonde, sul comunismo, sulla democrazia, sullo straniamento dell’uomo che fatica a trovare la sua identità in una realtà sempre più complessa ed articolata. Un bel libro sul nulla, che doveva essere scritto («Pronunciate, le parole sono come scoregge, per un attimo risvegliano l’attenzione, ma subito dopo si perdono nell’aria; scritte restano in eredità alle generazioni future») e deve essere letto.