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Caterina D’Aragona - Dignità e coraggio

Caterina D’Aragona - Dignità e coraggio

Un simbolo ambiguo, il melograno. La prosperità nelle mani della regina dell’oltretomba, Persefone, la cui identità è strettamente legata al suo ruolo di “moglie di”, triste destino che accomuna, nella narrativa predominante, divinità femminili e mortali, regalità e plebe. E così è stato per Caterina d’Aragona, rampolla dell’illustre Casa de Trastàmara, ricordata come figlia di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia e (prima) moglie nientemeno che di Enrico VIII d’Inghilterra. La regina malinconica, bigotta, cupa quanto la divinità associata al simbolo che lei stessa scelse per sé, in un fatale parallelismo tra vita e morte. Tutti la ricordano così, Catalina, la regina incapace di dare a re Enrico il desiderato erede, soppiantata dalla passionale e intrigante Anna Bolena, umile, devota o, secondo altre letture, manipolatoria nell’utilizzo della sua cieca fede. Rendono davvero giustizia a Caterina queste letture? O difettano in realismo e umanità? Non sembrano esserci vie di mezzo, nessuna considerazione per il contesto in cui Catalina è nata e cresciuta, nemmeno per quello in cui Catherine/Katherine è salita al ruolo di regina consorte. Al pari di Persefone, Caterina viene ridotta a puro riflesso della grandezza degli uomini che l’hanno circondata – padre, suocero, marito (per tacer del povero Arthur), nipote – senza pietà o considerazione alcuna per la donna in carne e ossa, la vera, reale e regale, Caterina d’Aragona, infanta della casata dei Trastàmara, la regina straniera che ha fatto breccia nel cuore dei suoi contemporanei e degli appassionati di storia successivi...

Quante volte si è scherzato sulla smania di convolare a nozze di Enrico VIII tra i banchi di scuola? E quante volte non ci si è minimamente premurati di ricordarsi i nomi delle mogli? Facile! Tre Caterina, due Anna, una Jane. Cos’altro c’è bisogno di aggiungere? Sulla scia di testi fondamentali come Le sei mogli di Enrico VIII di Antonia Fraser, il saggio della giornalista Cristina Penco restituisce un ritratto tragicamente umano della prima sventurata moglie di Henry, le cui vicende ci ricordano che la vita è bastarda tanto con il volgo quanto con la nobiltà o i membri delle casate regali. Pagina dopo pagina, la tristezza e l’apprensione per Catalina si fanno sempre più pesanti – ed essere consapevoli ex ante del suo immeritato finale non aiuta. Non le viene risparmiato nulla: pedina nella scacchiera delle alleanze delle casate d’Europa, vedova del primogenito della casata dei Tudor trattata come una spesa e un peso che Enrico VII non ha voluto riconoscere, moglie di Enrico VIII, madre di una figlia unica dopo numerosi aborti spontanei, dalla quale viene separata senza pietà nel corso del crudele e controverso divorzio che rende famosa la Corona inglese per nobili ragioni e lei per questioni ben più triviali e pruriginose – era vergine Caterina quando ha sposato Enrico? Una domanda brutale su cui hanno insistito storici, ecclesiasti – persino il padre stesso di Caterina, in un violento, volgare schiaffo alla sua umanità e ai suoi affetti. Cristina Penco scava in profondità nel contesto storico con fare sapiente, consapevole che mai sarebbe possibile comprendere appieno Catalina e gli altri protagonisti senza avere contezza dell’epoca e della geografia entro cui sono vissuti. Fioccano le considerazioni, certo, ma è proprio di fronte all’attenzione al dato storico che diventa difficile rimproverare all’autrice un eccesso di retorica. Le vicissitudini di Caterina sembrano andare oltre al contesto storico. Le sue sofferenze la rendono tangibile, riconoscibile, una donna la cui identità è stata insultata e disprezzata senza tenere conto dei suoi meriti.