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A cena con l’assassino

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24 dicembre. Lily Armitage è davanti a un bivio: trascorrere il Natale nel suo piccolo appartamento di Londra, dove si sente al sicuro, oppure intraprendere il lungo viaggio fino allo Yorkshire per raggiungere Endgame House, la casa della sua infanzia. La stessa dove, quando aveva solo dodici anni, ha trovato il cadavere di sua madre Marian, apparentemente morta suicida. Ed è proprio questo pensiero che le rende la decisione ancora più sofferta, insieme alla strana lettera che ha ricevuto qualche giorno prima. È l’ultima missiva scritta dalla zia Lilian, la sorella minore di sua madre, prima della sua morte. È un invito ufficiale al Gioco di Natale, in cui Lilian le annuncia che, oltre al consueto premio in palio, se sarà brava a svelare gli indizi, riuscirà finalmente a risolvere il mistero dietro alla morte di Marian, in realtà un assassinio. Lily, da sempre convinta che sua madre si sia tolta la vita, è sempre più confusa. La recente morte di zia Lilian, poi, rende tutto ancora più misterioso. Sarebbe molto più semplice ignorare la lettera e continuare a vivere facendo finta di nulla, ma Lily decide che è arrivato il momento di conoscere la verità. Arrivata a Endgame House trova ad attenderla Isabelle, la sua amica d’infanzia, ora nella veste di avvocato che Lilian ha incaricato di sovrintendere al regolare svolgimento del Gioco di Natale. Man mano arrivano tutti i suoi cugini: Sara e Gray, i figli di zia Lilian; Tom, Ronnie, con la moglie Philippa, e Rachel, con la moglie Holly, i figli di zio Edward. L’atmosfera si fa sempre più tesa. Isabelle, dopo aver letto le regole decise da Lilian, lascia gli ospiti alle cure della governante, la signora Castle. Prima, però, è arrivato il momento di svelare il premio del Gioco di Natale: l’eredità di Lilian, ovvero l’intera proprietà di Endgame House. Ma Lily non ha nessun interesse a ottenere quella casa da cui era fuggita tanti anni prima e che le riporta alla mente così tanti ricordi dolorosi. I suoi cugini non lo sanno, ma il suo unico intento è portare a galla la verità sulla morte di sua madre, cercando allo stesso tempo di proteggere il segreto che porta dentro di sé. E, per riuscirci, sa che non potrà fidarsi di nessuno…

A cena con l’assassino è il primo romanzo dell’autrice Alexandra Benedict tradotto in italiano. Il suo curriculum riporta, oltre ad altri due gialli non ancora sbarcati in Italia, anche la composizione di musiche per cinema, televisione e radio, nonché l’insegnamento di scrittura creativa di genere crime e thriller. Quasi fin dalle prime pagine si comprende come il tentativo dell’autrice di avvicinarsi alla tradizione giallistica britannica fallisca miseramente. I richiami ad Agatha Christie, per esempio, si sprecano, a partire dalla condizione dei protagonisti: otto persone tra cucini e coniugi, rinchiusi in una dimora d’epoca sperduta nella campagna dello Yorkshire, isolati dal resto del mondo da una tempesta di neve. Si arriva, poi, addirittura oltreoceano scomodando Edgar Allan Poe e la sua Lenore, che ritroviamo nel nome dell’enigmatica, scorbutica e camaleontica signora Castle. All’interno del libro si accavallano numerosissimi temi, tra cui l’omosessualità, la maternità, i rapporti familiari, tutti trattati sempre in maniera sfuggente e senza mai approfondirne davvero qualcuno. Quello che, invece, non sfugge è il numero spropositato di refusi presenti nei capitoli, non ultimo il nome di uno dei protagonisti, Gray, che troppo spesso diventa Gary. Data la presenza di tutti questi errori, inizialmente si è quasi portati a credere che si tratti di indizi per risolvere il gioco degli “anagrammi dei dodici giorni” presentato nella nota di apertura. Ben presto, comunque, risulta chiaro che si tratta soltanto di imperdonabili disattenzioni. Anche lo stesso tentativo di coinvolgere il lettore nel gioco di Natale, peraltro, fallisce miseramente quando ci si rende conto dell’impossibilità di scovare un anagramma che componga tre parole all’interno di interi capitoli, a meno di non rileggerli tutti innumerevoli volte. La trama, poi, è totalmente campata per aria: otto cugini si trovano a risolvere indovinelli (senza alcun senso logico per il lettore che non è, chiaramente, a conoscenza di tutta la storia familiare né dell’architettura della casa) per ereditare l’intera proprietà, tanto desiderata da portarli ad allearsi tra di loro per compiere assurdi fratricidi, dei quali comunque nessuno sembra scandalizzarsi o spaventarsi particolarmente. Come se non bastasse, infine, l’identità dell’assassino risulta lampante fin da subito e il repentino finale, che manca totalmente di inventiva e delle spiegazioni che il lettore si aspetterebbe, sembra buttato a casaccio sulla carta, quasi per togliersi dall’imbarazzo di dover inventare ulteriori assurdità in un libro che ne contiene già innumerevoli.