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C’era due volte

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Tra i monti della Savoia francese, in un piccolo borgo tra rocce e boschi, scompare una ragazza di diciassette anni. Julie è una giovane solare che ama la vita all’aria aperta, la musica e soprattutto la fotografia. Siamo nel 2008 e la ragazza proprio per acquistare una macchina digitale con cui spera di realizzare foto migliori e a più alta definizione di quelle che scatta con la sua vecchia macchina fotografica va a lavorare, per l’intera estate, nell’unico hotel della piccola località di Sagas. È un alberguccio a due stelle, con un arredamento obsoleto, gestito da un quarantenne invecchiato precocemente. Ed è proprio lì che il padre di Julie, il tenente della gendarmeria del piccolo borgo, Gabriel Moscato, si reca un mese dopo per cercare qualche indizio sulla sparizione della figlia. È stanco, scoraggiato, la sua vita sta letteralmente cadendo a pezzi e sua moglie da settimane è sotto psicofarmaci per attutire il dolore per la scomparsa della loro unica figlia, ma lui deve continuare a indagare, a seguire una pista che è soprattutto nella sua mente. I suoi colleghi stanno battendo altre strade, c’è una grande mobilitazione per ritrovare la ragazza, ma della giovane non c’è traccia, a parte la sua bicicletta, qualche segno di frenata che non porta da nessuna parte e la macchina fotografica digitale priva di scheda. Moscato si fa dare dal proprietario dell’hotel i registri delle ultime settimane, vuole leggerli e provare a capire se tra quei nomi e quelle firme c’è qualcuno o qualcosa che possa fargli accendere una lampadina in testa, e poi - invitato dallo stesso proprietario dell’hotel - si sistema in una delle stanze per meglio proseguire la lettura. Ma il tenente, vinto dalla stanchezza emotiva e dall’affaticamento delle settimane precedenti, cede al sonno e si addormenta stremato sul copriletto da quattro soldi steso sul letto. Quando si risveglia sono passati dodici anni, sua figlia è sempre scomparsa e tutti i suoi punti di riferimento sono saltati, tutti tranne il suo vecchio collega Paul. Con lui Gabriel ricomincerà la sua spasmodica ricerca della figlia. Infatti la giovane diciasettenne del 2008 risulta ancora scomparsa nel nulla. Ma è davvero così? E chi è la donna ritrovata morta sulla riva del fiume che scorre nei pressi del piccolo borgo dell’alta Savoia?

Se non avete mai letto nulla di Franck Thilliez con molta probabilità farete fatica a trovare quella suspense classica che ci si aspetta da un thriller, ma se siete abituati allo stile dello scrittore francese più visionario del millennio non vi stupirete affatto di ritrovarvi in una sorta di quadro surrealista in cui i personaggi cambiano aspetto e abiti, gli uccelli migratori si scontrano tra di loro e cadono a terra morti come se fosse in corso una delle sette piaghe bibliche, e due gendarmi che si odiano nel tempo presente decidono comunque di collaborare perché una volta erano amici inseparabili. Ma la tensione e la bellezza del racconto non è data affatto dal surrealismo autoriale, piuttosto da un ritmo preciso, cadenzato e quasi monotono che Thilliez riesce a imprimere a ogni pagina. Un ritmo quasi allucinogeno che spinge il lettore a girare pagina ancora e ancora fino a farlo ritrovare alla fine. L’indubbio talento narrativo dell’autore è quindi più importante e stimolante della trama in sé, che come in ogni storia surreale pone tanti interrogativi e non concede quasi nessun elemento per risolverli e soprattutto semina qua e là qualche incongruenza narrativa che però passa quasi inosservata perché il meccanismo a matrioska del racconto spinge comunque chi legge a proseguire, dato che il colpo di scena appena passato sotto gli occhi è mirabilmente superato dal successivo. Ricapitolando, quindi, se non avete mai letto Thilliez rimarrete affascinati dalla complessità di questo romanzo, se invece siete abituati al suo stile ritroverete tante piccole tessere di puzzle che vi ricorderanno molto e da vicino i suoi precedenti lavori letterari: come se ci fosse un filo invisibile a collegare la sua intera produzione, pur restando nell’ambito degli autoconclusivi.