Sarajevo, 2026. Quando Carlo riceve un messaggio che richiama il trentesimo anniversario dalla fine della guerra, immediate si accendono in lui riflessioni profonde e contrastanti. D’altra parte, gli anniversari invitano a fare bilanci, ma riportano anche alla memoria un passato doloroso. Carlo ricorda come la guerra in Bosnia sia iniziata e terminata in anni bisestili, quasi un tempo fuori dalla normalità, e si accorge che il 29 febbraio nel 2026 non esiste; questo dettaglio riflette una memoria imperfetta e difficile da collocare. Carlo osserva una Sarajevo spenta, segnata da una lunga fase di stanchezza e perdita di vitalità, dove anche le persone appaiono cambiate, prive delle speranze di un tempo. I suoi amici hanno conservato la loro patria, certo, ma sembrano sconfitti dalla storia, incapaci di riconnettersi con il passato e disorientati in un presente che contraddice i loro valori. Sarajevo, 1999-2000. Carlo ritorna a Sarajevo dopo il conflitto e compie un viaggio lento verso la città, attraversando luoghi segnati dalla guerra e dai cambiamenti politici, osservando le ferite ancora visibili nei paesaggi e nelle città. Quando finalmente vede Sarajevo illuminata, prova una forte emozione: la luce rappresenta un ritorno alla normalità, ma contrasta con il ricordo del buio dell’assedio. Scopre una città trasformata, migliorata sotto alcuni aspetti materiali, ma profondamente cambiata nella sua identità. Ci sono nuove influenze culturali e religiose e una società più divisa, segnata da un potere politico dominante che, secondo Carlo, distingue tra “noi” e “loro”. La convivenza che caratterizzava la Sarajevo di prima della guerra appare compromessa. Carlo si ritrova con i vecchi amici nel bar Le Mans, dove incontra Fikret, il proprietario, uomo all’apparenza superficiale e ironico, ma che in realtà è molto attento e sensibile verso gli altri. Il suo locale è cambiato: più moderno e ricco, ma completamente diverso rispetto a quello di un tempo…

Il romanzo dell’autore bergamasco Gigi Riva sorprende, perché sceglie di raccontare la guerra da una prospettiva insolita: non solo attraverso la distruzione e la morte, ma soprattutto attraverso ciò che resiste, cioè la vita, i legami e i sentimenti. Tutto prende avvio da un messaggio che riporta il protagonista, Carlo, a confrontarsi con un passato che non è mai davvero finito. Giornalista abituato ai fronti di guerra, Carlo capisce subito il significato di quel richiamo: trent’anni dopo l’assedio di Sarajevo è tempo di tornare, di fare i conti con ciò che è stato e con ciò che si è diventati. Il viaggio che intraprende è quindi geografico, ma soprattutto interiore. Ogni ritorno nella città riapre ferite e riaccende ricordi, mostrando quanto quell’esperienza abbia inciso profondamente sulla sua identità. Riva costruisce una narrazione che alterna passato e presente, mettendo a confronto due Sarajevo: quella sotto le bombe, paradossalmente attraversata da una straordinaria intensità umana, e quella del dopoguerra, segnata da disillusione, corruzione e perdita di ideali. Durante l’assedio, quando tutto sembra perduto, emergono solidarietà, amicizie profonde e perfino una forma di felicità disperata; nel tempo della pace, invece, resta un senso diffuso di vuoto e smarrimento. Al centro della storia si muove un gruppo di personaggi legati da quell’esperienza estrema. Si tratta di artisti, intellettuali, persone comuni che durante la guerra condividono non solo il pericolo, ma anche momenti di intensa vitalità, come la celebre notte trascorsa insieme nel bar Le Mans, simbolo di resistenza e di sfida alla paura. Trent’anni dopo, Carlo li ritrova cambiati, segnati nel corpo e nello spirito, quasi sconfitti da una normalità che non ha saputo restituire ciò che la guerra ha tolto. Tra tutti i rapporti, spicca quello tra Carlo e Jagoda, una storia sospesa e mai davvero compiuta. Il loro legame nasce in un contesto in cui ogni sentimento è amplificato dall’urgenza del presente, ma viene frenato da esitazioni e scelte che, col tempo, si trasformano in rimpianto. Il ritorno a Sarajevo diventa perciò anche un confronto con ciò che non è stato, con le occasioni perdute e con il peso delle decisioni mancate. Riva, forte della sua esperienza diretta nei Balcani, restituisce un quadro autentico e coinvolgente, capace di intrecciare dimensione storica e profondità emotiva. La sua vicenda punta sull’umanità dei personaggi, mostrando come anche nei momenti più estremi possano nascere legami autentici.