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Cercando l’Imperatore

Cercando l’Imperatore

Nell’estate del 1918 il reggimento russo Preobraženskij si trova di stanza in Siberia per ordine dello Zar, quando arriva la notizia che Nicola II e la famiglia imperiale si troverebbero a Tobolsk. Il reggimento, guidato dal principe Ypsilanti, è di fatto tagliato fuori da tutti gli eventi recenti, dalla rivoluzione alla prigionia dello Zar. Le notizie sono poche, frammentarie e incomplete: ad esempio vengono a sapere di reggimenti che si sono ammutinati, ma si ritiene anche che l’autorità imperiale sia stata ripristinata. Alcune voci riferiscono di una possibile abdicazione, ma sono scacciate come dicerie prive di fondamento. Il reggimento Preobraženskij ha tuttavia problemi molto più grandi. L’inverno del 1917 è stato durissimo. I rifornimenti sono stati scarsi e a un certo punto hanno smesso di arrivare. Le perdite sono state frequenti e dolorose e persino le linee del telegrafo sono state interrotte. In questa atmosfera confusa Ypsilanti prende la decisione di mettersi in marcia con l’intero reggimento per andare alla ricerca dello Zar. Affrontare il gelo siberiano assieme a soldati esausti e con poche scorte è, ovviamente, una follia. Eppure il reggimento Preobraženskij è storicamente fedele allo Zar e farne parte è di per sé una prova di fedeltà. Sottrarsi a questa impresa non è contemplato…

È bene specificare fin dall’inizio che l’opera di Roberto Pazzi non è un romanzo storico in senso stretto. Benché lo sfondo storico sia reale (la rivoluzione di ottobre e la prigionia della famiglia imperiale a Ekaterinenburg), il reggimento Preobraženskij non ha mai marciato nel 1918 per salvare lo Zar, nonostante la sua tradizione sia antica e storicamente documentata. Sarebbe quindi vano ricercare nel testo un approccio documentale con fonti e testimonianze. Roberto Pazzi è interessato a una verità che trascenda il semplice resoconto fattuale e che restituisca una dimensione più profondamente umana degli eventi. La narrazione ha due fulcri che si alternano nel corso del romanzo senza incontrarsi mai. Da una parte il reggimento, con la sua tradizione e con “l’asiatico” Kaigiàr. Questo è un personaggio molto affascinante per cui l’autore ha evidentemente una forte simpatia. Non parla russo ed è legato alla natura, ai suoi cicli e ai suoi spiriti. Questo legame in un momento cruciale del libro trasfigura Kaigiàr al di là del suo aspetto goffo, mutandolo in un essere senza tempo. È emblematico che lui sia a contatto con l’alternanza delle stagioni, proprio mentre Ypsilanti ignora i rigori del gelo, esponendo i suoi soldati alla morte nella vana rincorsa di sogni di onore e fedeltà. Il secondo fulcro del racconto è costituito dalla famiglia imperiale, che riscopre la propria umanità e il proprio artificiale distacco dal resto del mondo. Emblematica è la scena in cui lo zarevič si rende conto di non aver mai visto una banconota in vita sua e si chiede se questo sia un segno di povertà. I rivoluzionari sono uno sfondo presente ma lontano, a cui l’autore non è minimamente interessato. Delle guardie rosse lascia emergere solo rozzezza e volgarità. Il finale vira su una verità più profonda e inconoscibile, del tutto slegata dalla storia. Non è un caso la presenza del melograno, simbolo che rimanda al sacrificio di Gesù Cristo e, forse, a una forma di pietà nei confronti di tutti i vinti della storia.