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Cerimonia

Cerimonia

“Voglio dirvi qualcosa sulle storie, [disse lui]. Non sono un passatempo. Non fatevi ingannare. Sono tutto ciò che abbiamo, sapete, tutto ciò che abbiamo per scacciare malattia e morte”. Ogni storia è un cerchio magico, il teatro di un rituale, di una cerimonia. Il tema dello spettacolo è la nostra guarigione, il ristabilimento dell’equilibrio fra tutti i componenti del cosmo. Tayo torna dalle Filippine, teatro della Seconda guerra mondiale, e la sua storia si è inceppata. Il cerchio si è rotto. Nelle foreste tropicali dominava un’umidità asfissiante, abbondanza d’acqua. A casa – Laguna, New Mexico, alle pendici del Monte Taylor – le nubi sono rinsecchite, la terra rimastica polvere arida, mancanza d’acqua. Il cerchio si è rotto, si è rotto l’equilibrio. Nella testa il tempo si muove a singhiozzi, lampi d’un delirio febbrile: quel giapponese che il comandante voleva fargli uccidere; Rocky, il cugino prediletto che non è riuscito a salvare nel folto della giungla filippina. Loro lo chiamano “stress post-traumatico”, ma non è questo, è stregoneria. Loro curano questa incrinatura del dialogo fra l’anima e il cosmo sistemando il paziente in stanze bianche, lenzuola bianche, dandogli pillole bianche da ingerire. Ma queste cure non possono funzionare contro la stregoneria. Là fuori c’è la riserva, nient’altro che terra da loro divisa, recintata, controllata, come le stanze e i corridoi di un manicomio. Città invase dall’alcol che annebbia le menti, perverte i desideri, annichilisce le volontà. Questo vuol dire essere nativi e tornare da una delle loro guerre, dopo aver visto in faccia la morte, dopo aver combattuto per i loro scopi, di cui non si è a parte. Vuol dire per lo più soccombere alle loro storie, non credere al respiro della montagna, non ascoltare il volo del colibrì o il passo del cervo, non sentire i parlamenti delle nubi che decidono se piovere o no. L’unica cosa che può curare è rimetterci nel cerchio della storia giusta. È una cerimonia...

Leslie Marmon Silko ci trascina in un flusso di tempo mitico, liberato dalla linearità e ripiegato in un circolo in cui si confrontano, da sempre e per sempre, le forze del cosmo. È vero, è il tempo dei reduci dalla Seconda guerra mondiale, delle sperimentazioni atomiche sulle terre dei navajo, delle miniere d’uranio nel cuore della montagna sacra. Ma è un tempo in qualche modo a-storico, fase di un eterno ritorno, momento di una circolarità. È il tempo delle culture orali, legate da un vincolo olistico e compenetrante alla natura che le accoglie e sostiene. Nel tempo di questi racconti cambiano i nomi, i luoghi, gli strumenti: ma l’essenza della storia è sempre se stessa, identico il gesto che ristabilisce la pace, che riporta le nuvole a decidere di piovere. Diversamente dal mantra dei bianchi per cui l’individuo è un essere solo e teso alla realizzazione di sé, in questa cultura l’individuo è ingranaggio di un meccanismo più grande, cellula di un organismo universale. Tayo torna dalla guerra e non sa più trovare il suo posto all’interno della famiglia o della società. Ma “la sua malattia era solo parte di qualcosa di più grande, e la cura si poteva trovare solo in qualcosa che includesse tutto”. E la chiave sta nel riavvicinarsi alla cultura del suo popolo, entrare nel cerchio cerimoniale del vecchio Betonie che gli consegna la mappa simbolica che ristabilisca l’ordine. Tayo parte alla ricerca della mandria di mucche dello zio che è scappata. La sua è una ricerca, una quest, materiale e simbolica al contempo. Il gesto liberatorio che lo riavvicina all’essenza delle cose e lo riporta vicino alla mandria sta nel recidere il filo spinato del recinto con cui i cowboy bianchi stanno delimitando le terre dei nativi. Riaprire il flusso, rompere gli steccati, lasciar fluire le corse della mandria. Evitare di entrare nella “loro” storia che lo vuole “uno de tanti indiani alcolizzati reduci di guerra”. Il meccanismo narrativo ha qualche somiglianza con La terra desolata di Eliot, nonostante i due libri possano apparire diversissimi. Eppure il percorso dentro la foresta di simboli – quelli della cultura occidentale e orientale per Eliot, quelli della cultura nativa per Marmon Silko – è volto a riportare il benessere sullo scenario di una terra offesa e maltrattata e quindi indisposta e desolata. C’è bisogno della formula magica, della cerimonia che sintetizzi in segni e allegorie le coordinate del sentiero cosmico. Da questo libro, una cerimonia esso stesso, si esce trasformati, guariti, riappacificati con ciò che ci circonda. Come dice Alessandro Portelli nella bella prefazione, si tratta di un romanzo “ormai insegnato in tutti i corsi di letteratura americana delle nostre università, [ma] da molti anni fuori stampa”. Lode dunque a Ibis che ristabilisce l’ordine cosmico riportandolo sugli scaffali.