Giugno. La telefonata arriva quando la notte non è più notte e il giorno non ha ancora deciso di cominciare. Bosisio, il suo capo, ha la voce di chi dorme male e si sente responsabile del mondo. Le riferisce di un uomo morto e di una donna scomparsa. Chiude lì. Lei, l’ispettrice Alina Mari, sta rannicchiata nel suo camper, sudata d’afa e di sensi di colpa per una discussione che non smette di ronzarle in testa. Accanto a lei Dirac, il cane che ha adottato al termine del suo primo caso, fa due giri a chiocciola e si appallottola sul letto: la vita vera, per lui, è semplice. Beato lui. Alina esce. L’aria taglia già, appiccicosa; il cielo è una pellicola grigia. L’agente Loredana Schillaci la raggiunge all’uscita per Viterbo: parla, parla sempre. È elettrica per un appuntamento fissato su un sito di incontri—il terzo del mese, dice—e Alina la lascia parlare; tra i suoi entusiasmi e la palestra che la tiene a galla, trova uno scampolo di distrazione. Il sentiero che porta al casale è fatto di rovi che afferrano le caviglie, sterpi che frusciano, l’afa che si infila tra le foglie come vapore. Quando il bosco si apre, la casa spunta all’improvviso in una radura: il corpo centrale di pietra rosata, un pozzo, la vigna scura che scende verso il nulla. La frontiera tra provincia di Roma e di Viterbo taglia il cortile in due. La Scientifica è già sul posto, vestita di bianco, accecata dal sole. Attilio Donati, medico legale, va incontro ad Alina senza camice, magro e appuntito, gli occhi neri che raccontano malumore. Si lamenta per il caldo opprimente, poi solleva il mento verso un trattore. Appoggiato lì c’è un uomo anziano, bruciato dal sole, le mani che stringono uno straccio come se fosse un rosario. Piange. È Romolo Priori. È lui che ha trovato il corpo…

Alessandra Acciai riporta in scena Alina Mari con un noir psicologico rovente come l’asfalto di giugno. Roma è un forno svuotato, le campagne viterbesi un silenzio tagliato da cicale e segugi della stampa: in un casale l’attivista e insegnante di yoga Libero Alberti viene trovato senza vita, la compagna Lisa Lucenti – giornalista d’inchiesta – è svanita. È chiaro fin da subito che l’idea del ritiro senza telefoni, solo candele e meditazione, fa da contrappunto feroce a un mondo dove le parole di Lisa su inquinamento, caporalato, abusi e diritti civili hanno acceso più di un nemico. Il romanzo prende subito una piega inattesa: Alina precipita dal ballatoio del casale e si risveglia immobilizzata. Da qui la detective story diventa anche un racconto di resilienza: costretta in ospedale, fratturata nel corpo ma non nell’istinto, Alina tiene ben saldi i fili dell’indagine con l’aiuto del PM Pietro Ricceri e di una squadra affiatata. A muovere davvero le acque è l’arrivo di Chiara, sorella di Lisa, figura ambigua e presenza che scava nel tema dell’identità e del desiderio, alimentando un gioco di specchi tra memoria e ossessione. La forza del libro è tutta nella voce: tesa, capace di passare dalla cronaca degli atti investigativi all’emotività della protagonista senza perdere tensione. La disabilità temporanea non è un espediente ma un punto di vista: Acciai la tratta con concretezza e la volge in linguaggio narrativo, trasformando ogni gesto in azione drammatica. Ottimo anche il lavoro sui personaggi secondari – colleghi, medico legale, giornalisti – che respirano come persone e non sono solo funzioni. Un giallo che indaga i moventi profondi – invidia, fallimento, vergogna – senza rinunciare all’azione. Un romanzo avvincente che cerca la verità mentre racconta la necessità, urgentissima, di salvarsi: dalla violenza del mondo e, spesso, da sé stessi. Consigliato a chi ama protagoniste carismatiche, indagini sporche di realtà e storie che, chiusa l’ultima pagina, continuano a pulsare.