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Charles Baudelaire, l’albatro (de)caduto

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Il 9 aprile del 1821 nasceva a Parigi Charles Baudelaire, protagonista di una vita tanto sregolata quanto infelice. Infanzia e adolescenza furono scanditi dai rintocchi sofferti del secondo matrimonio della madre e del rapporto conflittuale con il patrigno. L’età successiva, invece, dalla rottura con la famiglia e le discipline morali e religiose alle quali era stato educato. Quando poi, ispirato dagli ideali del poeta romantico inglese Georg Byron, si illuse di poter trovare una condizione a lui congeniale elevandosi al di sopra del consorzio umano, la vita gli venne a bussare alla porta presentandogli il conto della sua condotta dissoluta. Braccato dai creditori e vessato dai guai giudiziari che fecero seguito alla pubblicazione delle sue poesie, vide la luce pur fioca dell’l’orizzonte spegnersi definitivamente e il cielo coprirsi sopra di lui con un pesante coperchio. L’albatro dalle grandi ali bianche che aveva veduto, in occasione di un lungo viaggio nei mari australi, scortare le imbarcazioni tra lo stretto di Magellano e il Capo di Buona Speranza, ora non riusciva più a solcare le vaste campate di azzurro della poesia. Tutti coloro che avevano ammirato la bellezza nitida e potente del suo volo, adesso che era sceso a terra risultava talmente goffo e vulnerabile da suscitare da suscitare derisione.




L’albatro decaduto aveva reso Baudelaire simile a un pipistrello rinchiuso nell’antro profondo del pessimismo più cupo. Nessun bagliore di speranza potrà più filtrare nella caverna che si trasforma, giorno dopo giorno, in una pietra tombale. La punta velenosa della lancia scoccata dall’angoscia ha centrato l’animo del poeta, gli corrode lo spirito e gli paralizza il corpo. Il sangue annerito dalla disperazione più cupa esce dalle vene e si tramuta in inchiostro. Si tramuta in versi di una tale intensità lirica da deporre sulle pagine de I fiori del male poesie la cui fama sopravvivrà al suo tempo e diverrà immortale. La sua irrimediabile sfiducia nella felicità umana e l’angosciata solitudine di angelo decaduto lo hanno reso per certi verso affine ad altri spiriti romantici, che hanno smarrito insieme oltre che la ragione anche le consolanti certezze della fede. Ma la disperazione cui pervenne Baudelaire, pur nello sforzo di uscirne, è forse più tragica e radicata di qualunque altra. Perfino la religione dell’amore, intesa come nobile espressione dei sentimenti più nobili che trovano stanza nel cuore umano, non possono costituire una fonte di sollievo, perché contaminata dal male, come tutti i fiori che crescono su questa terra dannata.

La scelta dell’uomo per lui non può fare altro che ondeggiare secondo i plurimi e confusi accidenti della sua eterna partita con il cielo, il cui esito lo vedrà soccombere immancabilmente. Dall’Icaro precipitato all’albatro cionco e deriso, dal cigno esiliato dal lago natale al marinaio abbandonato sull’isola, dal viaggiatore sprovvisto di lanterna al galeotto rinchiuso nelle segrete, tutte le efflorescenze metaforiche presenti nei suoi versi sono rivolte a designare la sventura di una ferita che ci portiamo dentro dall’alba dei tempi e che ci rende relitti alla deriva della nostra esistenza. Eppure, quando la presa della morte si faceva ormai stringente, avvertì il bisogno, pur irritato e contrito di rivolgersi a quel Dio di cui aveva avvertito la mancanza come un senso di colpa e in piena lucidità ricevette i sacramenti. Si spense il 31 agosto del 1867.


I LIBRI DI CHARLES BAUDELAIRE