Salta al contenuto principale

Che cosa resta di noi

Che cosa resta di noi

Patrizia ha deciso: ha fatto le valigie, preparato qualche scatolone, lo zaino del figlio Guido ed è pronta ad andare via. Mentre carica tutto sull’auto di Salvatore, le due mani si sfiorano impercettibilmente, tradendo una nuova speranza. Patrizia ha mantenuto il posto di lavoro, si è legata al sindacato ed al Partito, e non solo, ed ora è pronta ad abbracciare una nuova vita, lontana dal marito, Stefano, che anziché crescere continua ad essere un ragazzino immaturo. Stefano, infatti, senza rendersene conto, ha abbracciato l’ala estrema della protesta ed era del tutto naturale che fosse il primo ad essere cassaintegrato. La fabbrica, che mangia uomini e caga macchine, non ha bisogno di teste calde come la sua: il suo posto è in curva, fra gli ultras. Lui, padre mancato, operaio mancato, non è in grado di badare al suo futuro né tantomeno a quello della sua famiglia. Guido sente questa separazione, ma vuole rimanere fuori dalle questioni dei suoi genitori, a lui basta stare al centro del campo da calcio, insieme agli amici di sempre, Beppe e Mauri, dai quali deve tristemente separarsi, per poi rivederli solo ogni quindici giorni, quando sarà dal padre. Lascia il suo quartiere, lascia il campo del Neruda, lascia la vita operaia per andare in un posto diverso, più borghese, l’esatto contrario di quello che vuole essere e diventare. Lascia il quartiere dove l’unico poliziotto, l’ispettore della Digos Vincenzo Starace, combatte col suo vizio del gioco, rimanendo imbrigliato nei debiti della mala organizzata, debiti troppo grandi per lui che è un semplice dipendente dello Stato. Cosa si deve fare per vivere con i propri demoni. Ognuno prova a modo suo a sopravvivere in una città piena di contraddizioni, Torino. Tutti inconsapevolmente stanno andando incontro al loro 11 luglio 1982: nel pomeriggio c’è, proprio a Torino, il concerto dei Rolling Stones, mentre la sera inaspettatamente l’Italia di Bearzot si gioca la finale dei mondiali di calcio a Madrid. Una data iconica, ma non lo sanno, dopo la quale nulla sarà più come prima...

Juri Di Molfetta tratteggia tante storie che si intrecciano nella Torino operaia degli anni ’80, la Torino della marcia dei quarantamila operai di Mirafiori, del racket e della corruzione, di comunismo e riscatto sociale. Il romanzo è veloce, ma non per questo superficiale: il ritmo del racconto segna e definisce in modo sempre più preciso dei rapidi bozzetti di storie individuali che confluiscono in una narrazione collettiva. I personaggi appartengono a varie estrazioni sociali, che attraversano la vita degli ultras fino alle propaggini del punk: come tali rappresentano varie estrazioni sociali, soprattutto differenti visioni della vita, impastati di sangue -quello che li lega alla famiglia- e di sogni -quelli che li vogliono portare lontano dalla loro stessa famiglia. È una storia di cadute e tentativi di riscatto, di rassegnazione, a volte, ma anche di speranza, capace di ricostruire con precisione psico-sociologica il tessuto umano e politico che ha attraversato gli anni ’80, quelli della “classe operaia che va in paradiso” indenne, o quasi. Con tante ferite, molti strascichi, ma anche un bagaglio umano talmente denso da essere irripetibile. Sono gli anni dell’inasprimento dello scontro sociale, in cui uomini e donne sentono di fare parte di un progetto più grande, collettivo appunto, ma sempre e soltanto come singoli individui. L’edizione è impreziosita dalle illustrazioni di Squaz, all’anagrafe Pasquale Todisco, illustratore e fumettista, collaboratore con diverse testate giornalistiche e tanto altro, che con i suoi disegni in chiaroscuro riesce a rendere ottimamente l’andamento delle storie, interpretandone visivamente le emozioni più nascoste. Un contrappunto ideale.