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Che hai fatto in tutti questi anni

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È Corrado Mantoni a condurre, il giovedì sera, il programma della RAI A che gioco giochiamo. Un ospite speciale viene annunciato, è Sergio Leone. Entra con un sorriso tirato, rigido in giacca e cravatta e con occhiali dalle lenti scure. Brevi saluti, qualche domanda sul suo lavoro, poi Leone dice che ha finito con il genere western. Corrado stupisce, vorrebbe domandare perché, ma è il regista stesso a dire: “E adesso faccio C’era una volta l’America”. È il 1969. Alle 9:30 del mattino del 14 giugno 1982, un mese dopo la morte di Villeneuve e un mese prima del trionfo della Nazionale di Bearzot, Sergio Leone entrò al Teatro della Cometa a Roma e cominciò le riprese del suo capolavoro. Da quando ha cominciato a pensarlo sono trascorsi tanti anni, il film è diventato la grande ossessione della sua vita. Leone stesso afferma: «Dico a tutti che si tratta del mio film migliore, probabilmente è così e di sicuro lo penso davvero, ma quel che voglio precisamente dire è che C’era una volta in America sono io». Uscirà nelle sale nel 1984. Che C’era una volta in America fosse un film senza eguali lo si sapeva fin dall’inizio, stroncato e tagliato negli Usa, poi restaurato, viene restituito al suo splendore. È davvero Max quello dietro al camion della spazzatura? Il sorriso enigmatico di Noodles nell’ultima scena significa che è stato tutto un sogno?

Che hai fatto in tutti questi anni ha per sottotitolo Sergio Leone e l’avventura di C’era una volta in America. Pietro Negri Scaglione propone non solo un saggio di cinema, ma una vera e propria biografia di questo capolavoro. Il libro è diviso in sette tempi come se fosse un lungo film e si legge con grande piacere. Tanti anni di lavoro e ricerca, due anni di scrittura e uno di riscrittura hanno impegnato l’autore. Ha consultato archivi e ascoltato testimonianze dirette, tra cui quella di Robert De Niro, che afferma tra l’altro: “Non ho mai pensato a Noodles come vincente o come perdente. Oggi usiamo spesso, troppo spesso, questi termini. Il film è tutta un'altra cosa, è un sogno. Oppure no? È questo il punto. E io mi sono buttato, ho seguito il disegno di Sergio”. Leone ha impiegato anni a cercare la giusta formula per dare corpo al sogno di trasformare in un film il libro Mano Armata del gangster ebreo newyorchese Harry Grey. Una prima sceneggiatura di Norman Mailer fu ritenuta pessima da Leone, che neanche la lesse. Cercò di coinvolgere Leonardo Sciascia, che rifiutò. Per trovare il filo di un racconto, che avrebbe richiesto quattro ore di proiezione per dipanarsi, fu necessario creare una squadra, una nazionale di sceneggiatori, che si muovesse di pari passo con la composizione dell’indimenticabile colonna sonora di Ennio Morricone. Il regista coinvolse il duo Benvenuti-De Bernardi, gli sceneggiatori di Amici miei. Chiamò Franco Arcalli, collaboratore di Bernardo Bertolucci ed Enrico Medioli, sceneggiatore di Luchino Visconti, che arricchirà il film con molte suggestioni letterarie, da Shakespeare a Proust. Leone porta nel suo film la sua idea e per raggiungere lo scopo unisce mondi abbastanza lontani quali sono quelli degli sceneggiatori che lavorano insieme. Pietro Negri Scaglione incontra Medioli a casa sua a Orvieto, è stato fondamentale per il libro. È Medioli, infatti, l’autore della battuta che dà il titolo al libro, pronunciata da Moe: “Che hai fatto in tutti questi anni?”. “Sono andato a letto presto”, risponde Noodles. La battuta è sua, ma potrebbe essere un furto; infatti, è la parafrasi della prima riga della Recherche di Proust. Longtemps, je me suis couché de bonne heure. Agli sceneggiatori si aggiunge anche il giallista Stuard Melvin Kaminsky. È con lui che Negri Scaglione ha scambiato mail per approfondire il suo operato. Kaminsky era ebreo e aveva quindi una certa familiarità con la terminologia yiddish e con i personaggi che appartengono alla mafia ebraica. Ancora più complesso è seguire la caccia ai soldi che permisero di mettere in piedi un film che continuava a sfondare ogni budget: alla fine il portafoglio che si aprì fu quello di Arnon Milchan. C’è una sequenza che più di ogni altra testimonia la folle logistica del film e nello stesso tempo la capacità visionaria del regista di trasformare in grande cinema il suo sogno. È quella della sera sciagurata di Noodles e Deborah, iniziata con una cena da fiaba e finita con uno stupro in auto. Per realizzarla, le riprese sono partite da Montreal (l’uscita dal teatro), sono proseguite all’Excelsior sul Lido di Venezia (il ristorante, la spiaggia), hanno fatto tappa a Cinecittà (la scena della violenza) e si sono concluse tra le ville e la spiaggia di Spring Lake (New Jersey), dove Noodles-De Niro si ritrova solo all’alba. Un giro del mondo per realizzare dodici minuti di racconto. C’era una volta in America è una mappa dei sentimenti e Noodles ne è l’incarnazione: vive, subisce, ama, cerca, soffre, si lascia andare, incassa e fa da ponte tra la finzione e la realtà. Il film di Leone regge benissimo il trascorrere del tempo perché racconta come pochi altri il trascorrere del tempo. Parla a tutti oggi come ieri, e mostra le infinite possibilità avute, perse e che ancora devono presentarsi. Che hai fatto in tutti questi anni è un libro che ai lettori offre molti stimoli e lo spirito con cui Scaglione lo ha scritto non è archeologico, ma è un modo di riflettere sul futuro e di vedere le cose.