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Che ne è della cultura contadina

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Un ponte è qualche cosa che unisce due sponde, ovvero due mondi anche molto diversi tra loro, forse simili ma mai uguali. Sponde analoghe ma ciascuna con proprie caratteristiche, che siano architetture, culture o lingue. Nella società contadina un ponte stabile, espressione mentale di una comunicazione troppo veloce tra due termini diversi, non poteva che essere guardato con sospetto, poiché manufatto che riduceva in maniera innaturale il tempo di percorrenza tra due mondi diversi, mettendo in discussione la necessità di conservazione di uno spazio e di un tempo ritenuti invece necessari. Un ponte stabile è dunque un momento transitorio, un momento artificioso spesso opera del Diavolo, grande tra gli architetti e capace di tirarlo su in una notte soltanto, come narrano molte leggende. In una società liquida, oppure semimobile, come viene definita, il ponte diviene il luogo ideale al quale affidare il simbolo di un legame sentimentale saldandolo con dei lucchetti, il cui semicerchio è un ulteriore ponte tra due punti suggellato da un giro di chiave. Nella società contadina poi, l’attenzione alle misure non si focalizzava tanto sulla precisione numerica quanto sulla garanzia di una resa, ovvero dalla certezza che uno scambio reciproco di manovalanza avrebbe fruttato altrettanto se non di più. Ci si prestava vicendevolmente l’opera sapendo che l’altro avrebbe restituito tanto quanto dato, aggiungendone del suo. Si procedeva insomma per paragoni, per confronti rispetto alle stagioni precedenti, a chi, prima di te, ti aveva dato qualcosa. Il seme e l’uomo, insomma, erano alla base di tutto…

“Dalle grani ne viene ogni peso, e misura. Quattro grani fanno un dito...quattro dita sono la palma di una mano… con quattro palme si forma un piede, e cinque piedi fanno un passo geometrico, mille de’ quali fanno un miglio.” Così recita il testo Economia del cittadino in villa del 1661, ma i contadini preferivano guardare ad altre potenze che non fossero i numeri assoluti, vedi il motto: Pecore contate, il lupo se le mangia. Si rivolgevano ai simboli insiti negli oggetti di uso quotidiano, oltre che prediligere i precari ponticelli di assi, guardati con rispetto proprio per questa loro temporaneità. Scope di saggina, ciuffi di peli di tasso, ma anche forcelle che simboleggerebbero la congiunzione obbligata ma difficile tra le parti nate opposte. Certo, fa notare in questo testo di non immediata lettura Giuseppe Lisi, studioso e appassionato cultore della civiltà contadina della quale ha raccolto innumerevoli oggetti, non è utile ragionare su questi manufatti alla luce del mondo di oggi. “Nelle società pressoché interamente carenti del superfluo, ogni oggetto, o utensile che fosse, era stimato prossimo ai pensieri, ricetto di propositi comunicati nell’atto di cessione. Chi lo prendeva con sé, sapeva di entrare in contatto con delle congetture, non espresse a parole ma consegnate direttamente al manufatto”. Ecco che espressioni come “uscire dai gangheri”, cioè dai cardini, ci suona ancora comprensibile, anche se non ricordiamo più che i gangheri erano formati dall’unione di gangherella e gangherello, maschio e femmina che formano un insieme funzionante perché due parti diverse completano l’azione. Privati l’uno dell’altra, non sembrano nemmeno più ricordare la loro funzione. In sostanza, recita ancora Lisi, “Vi sono oggetti che hanno il peso dei pensieri e che sono abilitati a riferirli”. Una trasposizione simbolica che nel mondo moderno è venuta purtroppo a mancare.